lunedì 19 agosto 2013

Rona Jaffe- Il Meglio della vita




ovvero: Sex and the City, sessant'anni fa

Ci sono luoghi così ben definiti- nelle fotografie, nelle stampe, nei set cinematografici, ancor prima che nei libri- che rendono quasi inutile l'immaginazione. O meglio: la spostano, dalla banda della visione a quella dell'emozione, fatta di suggestioni, di atmosfere, di sollecitazione di sensi più reconditi, che soppiantano di colpo gli esercizi della fantasia. Di questi, il più famoso è Manhattan, il cuore pulsante della Grande Mela, i cui scorci hanno da sempre fatto parte dell'immaginario della mia generazione, dalla cartina dei chewing-gum appallottolata nelle tasche dei jeans, da bambini, agli scenari dei film  sparati uno dietro l'altro nei cine club al liceo, che così impari anche a sognare in inglese o quello che cavolo è la lingua che si parla di fronte alle vetrine di Tiffany o al tavolo più famoso di Katz. E quando finalmente ci si arriva, a New York, ci si accorge che tutto è esattamente come ce lo hanno raccontato: c'è il ponte di Brooklyn, c'è lo skyline, c'è Wall Street, c'è la Fifth con le sue vetrine, c'è la Statua della Libertà e Staten Island e Long Island e il Ferry Boat e pure una metropolitana che va o in su o in giù e non altrove,  in questa ineffabile capacità di render tutto così semplice che ti va sentir tutto a portata di mano, anche quello che ti sembra irraggiungibile,  irrealizzabile, impensabile, se visto dal lato dell'Oceano sbagliato. A NY si può- e a Manhattan, ancora di più. 



Questo è stato quello che ho pensato appena ho iniziato a leggere Il Meglio della vita, opera- forse- prima, ma senza dubbio più famosa di Rona Jaffe, che negli anni Cinquanta traduce in un romanzo un'indagine sociologica condotta da lei stessa sulle aspettative delle donne americane di quell'epoca, significativamente intitolata "Donne e Carriera": basta la prima scena del libro, con una delle protagoniste che si affanna a salire le scale della metropolitana per arrivare in tempo, al suo primo appuntamento con il suo primo lavoro. E bastano i dettagli, per sprofondare nelle atmosfere so glam di cui sopra, visto che la fanciulla in questione è un membro dell'agiata middle class newyorkese, con villetta fuori porta, tailleur e caschetto alla moda d'ordinanza e il posto di lavoro è all'interno di una casa editrice altrettanto glam , in un ancor più glam  grattacielo griffato Mies Van Der Rohe. E lo stesso si può dire per le altre quattro protagoniste della storia, la campagnola del Colorado, tanto bella quanto ingenua,  la rampolla dei quartieri alti, che abbandona le sicurezze di un futuro all'ombra del Country Club per gettarsi nelle tremule e incerte mille luci dei palcoscenici di Broadway, la ragazza madre (il personaggio meglio costruito, probabilmente) e la tranquilla ragazza del Bronx, dal cognome italiano la cui felicità fa rima con marito e figli e casalinghitudine.
Tuttavia, quello che si annuncia come un libro tutto al femminile e che lascia quindi intendere una evoluzione in rosa, senza troppe sorprese, vira sin dalle prime pagine verso sfumature assai meno confortanti e prevedibili: come suggerisce il titolo, infatti, le tre ragazze vogliono il meglio della vita e sono a New York per prenderselo, costi quel che costi: Caroline vuol fare carriera, April vuole trovare marito, Gregg vuole una parte che la appaghi, sia sul fronte professionale che su quello privato. Il tutto facendo i conti con due ingredienti imprescindibili per quegli anni- l'ampio ventaglio di una morale che va dall'onestà con se stessi al perbenismo, da una parte, e gli uomini dall'altra, che sono l'immancabile punto di ancoraggio di qualsiasi ambizione cerchino di realizzare le protagoniste del libro: gli uomini occupano i posti di potere, gli uomini acquistano gli anelli di fidanzamento, gli uomini ti prendono e ti lasciano come vuoi, almeno fino a quando non riuscirai a portare la loro fede al dito. Ne escono malaccio, a dire la verità, in un giudizio complessivo che di nuovo un po' sorprende, visti i tempi, ma che per altro fotografa alcuni stereotipi ricorrenti, anche a distanza di decenni: ci sono i bamboccioni, i mariti insoddisfatti che non sanno lasciare la moglie, i cultori del proprio ego,  gli esperti del mobbing, i fedelissimi della bottiglia al bar dell'angolo, i manipolatori, i vigliacchi, quelli che la carriera, la casa in campagna, la moglie che apre la bocca in un sorriso e chude gli occhi sulle sbavature di un rossetto che sa non essere il suo. 
Il tutto, sullo sfondo di una NY fatta di cocktail, di bei vestiti, di tagli alla moda, di scarpe da sogno, di uffici che si lasciano a notte fonda, di lavori che si finiscono a casa, di feste di Natale, di camere di hotel di lusso- e di letti sfatti, di lenzuola che son state testimoni di incontri frettolosi, di promesse mai mantenute, di morsi dati con forza a quella parte di mela che il destino riserva a ciascuno, se solo si è capaci di afferrarla in tempo. 
Cinquant'anni dopo, le ragazze de Il Meglio della Vita si chiameranno Carrie, Charlotte, Samantha e Miranda: le scarpe che porteranno saranno quelle di Jimmy Choo, ma le strade che calcheranno saranno  le stesse e con lo stesso piglio. Non a caso, Rona Jaffa, all'indomani della ristampa del suo romanzo, lo ha definito un  "Sex and the City senza vibratore", con un'espressione che calza a pennello, quasi come uno stiletto di Manolo Blahnik. Il resto, lo fa una scrittura fresca e scorrevole ed una trama ad incastro, di quelle che non annoiano mai e che ti tengono avvinghiata al libro fino alla fine: che non è lieta, quanto meno non per tutti- e che, proprio per questo, eleva il romanzo dal semplice rango di un antesisgnano diel chick lit ad un'occasione per riflettere: sul ruolo della donna, di ieri e di oggi, e su come la ricerca del "meglio"implichi di necessità il confrontarsi col "peggio", in un progressivo passaggio dal bene assoluto al male minore, a ben guardare il vero rito di passaggio all'età adulta. La Jaffa non arriva a tanto, ma la direzione è questa: ed è ciò che rende Il Meglio della vita un romanzo moderno, oltre che avvincente e ben scritto. Da leggere, appena si può.

Andrea Camilleri- Una voce di notte/Marco Malvaldi- Milioni di milioni



cos'è che dico, da quando scrivo di libri su MT?
Che Camilleri ormai è l'equivalente di una telefonata a un vecchio amico, a cui mi lega un affetto consolidato ma stanco, senza emozioni, senza palpiti, senza sorprese? E che la sorpresa più bella targata Sellerio di questi ultimi anni ha la parlata toscana di tal Marco Malvaldi da Pisa (che scopro ora essere nato il mio stesso giorno, ma guarda te), l'ormai ex chimico divenuto scrittore a pieno titolo e fra poco anche sceneggiatore televisivo, vista l'annunciata fiction sul Bar Lume?
Ecco: dimenticatevi tutto. 


O meglio: invertite i giudizi, almeno in relazione alle ultime fatiche letterarie dei due, che hanno suscitato in me sensazioni diametralmente opposte, sia in riferimento alle opere, sia in relazione agli autori. Avevo iniziato Camilleri con l'aria di sufficienza di chi decide, per l'ennesima volta, di regalare due ore del suo tempo a una lettura che in partenza si prevede deludente ed inutile- e mi son ritrovata a ridere ed arrabbiarmi ed emozionarmi e godermi ogni periodo, ogni frase, ogni parola come non mi succedeva da anni. Avevo iniziato Malvaldi con l'espressione della sposina sull'altare, che non vede l'ora di cogliere a piene mani la soddisfazione di promesse finalmente esaudite e mi son ritrovata a metà, con l'aria arcigna della prof zitella e la tentazione di recuperare dai cassetti le matite rosse e blu con cui ai miei tempi si correggevano gli errori, per sfogare su una prosa piatta ed autocompiaciuta tutta la mia delusione. 

Ma andiamo con ordine. 

Una voce di notte, di Camilleri, è un gran bel giallo. L'autore ci avvisa in una nota a fondo libro che si tratta di un'opera vecchiotta, che Sellerio aveva tenuto in caldo per una strategia editoriale la cui ratio è sfuggita anche all'autore, come egli stesso riconosce, non senza un po' di veleno nella coda. In effetti, qualche riferimento che non quadra c'è (il più evidente di tutti è il compleanno del commissario, che in apertura di romanzo festeggia i suoi 58 anni), ma francamente son quisquilie, visto che per tutto il resto è una storia perfettamente sintonizzata con gli umori di questi ultimi tempi. Anzi: lo è a tal punto da far supporre che le misteriose ragioni della permanenza del manoscritto nel cassetto dell'editore possano anche dipendere da un eccessivo politically uncorrect, visto che questa volta l'affondo è mirato contro un sistema giudiziario sempre più incline a far finta di niente contro i delinquenti veri e, per contro, ad affermare la propria identità perseguitando i poveracci. Il che, a ben guardare, è un altro valore aggiunto ad un romanzo che mantiene i pregi di sempre, a livello di scrittura, e torna ai fasti di una volta per quanto concerne trama e contenuti. Il plot  c'è- ed è bello tosto, al punto da richiedere un Montalbano più investigativo del solito, abilissimo nel condurre interrogatori e nel seguire un fiuto che torna ad essere ancorato ai fatti e quindi a coinvolgere il lettore, in quella sottile sfida che da sempre è la vera ossatura del romanzo giallo,oltre che la sua forza e la sua linfa vitale. Non a caso, questa volta i membri della squadra del commissariato di Vigata tornano a rivestire gli antichi ruoli di comprimari: insostituibili e irrinunciabili, ma rigorosamente al fianco di un protagonista che torna a risplendere di vita propria e lo fa con una luce che offusca tutto il resto: Catarella, Fazio, Augello e, buon'ultima, la stessa Livia, ridotta ad una voce al telefono- per altro, sempre petulante. Il risultato è un gran bel romanzo, confezionato attorno ad una storia che regge, ad un personaggio tornato ad essere pienamente credibile e ad un'ambientazione che, relegata sullo sfondo di un'operazione investigativa, smette di tappare le falle delle opere precedenti e recupera la sua funzione originaria, di strepitoso basso continuo capace di tenere assieme le fila della trama e di connotarla in modo esclusivo e indimenticabile. Da mettere sotto l'albero, assolutamente. 


"In mezzo alla radura, a torso nudo, nonostante il freddo di gennaio, c'era un tizio alto circa un metro e cinquanta, completamente pelato, con una barba che arrivava alla pancia e con due polpacci che sembravano dei san Daniele: qualcosa che, come primo istinto, già da sola faceva venire voglia di guardarsi attorno per vedere se da qualche parte ci fosse anche Gandalf" (Malvaldi, M., Milioni di Milioni, pp. 16-17)
Parto da qui, perchè questo è uno dei punti che più mi hanno irritato, nella lettura dell'ultimo romanzo di Malvaldi. E se considerate che eravamo a cavallo delle pagine 16 e 17, è facile immaginare il florilegio di bestialità che mi era già toccato leggere prima, tutte targate "oh come faccio ridere, o come sono bravo". Perchè è questo che mi crea fastidio nella prosa di Milioni di Milioni: quel malcelato autocompiacimento, quella scrittura buttata lì, quelle invenzioni che sarebbero potute anche essere azzeccate, se solo ci fosse stato un minimo di padronanza dell'uso della lingua e dei tempi. Malvaldi, oltretutto, viene dal giallo classico- e anche la storia che racconta in quest'ultimo romanzo ha tutti gli ingredienti per essere connotata in questo modo: il paese isolato dalla neve, la cerchia dei colpevoli ristretta, il protagonista che deve difendersi- e poi il paese picccolo dove la gente mormora, la bella collaboratrice che si improvvisa investigatrice, gli scheletri negli armadi e il cherchez la femme di poirottiana memoria: a parte la scrittura, tutto. 
Perchè- e qui torno ad essere pedante e noiosa, ma tant'è: mica ve l'ho detto io, di scirvere libri gialli- chi decide di cimentarsi in questo genere deve avere ben conficcato in testa che il requisito che è richiesto, primariamente e assolutamente, è avere una tale capacità di scrittura da saper padroneggiare la trama, dall'inizio alla fine. Di solito, si tende a pensare il contrario: datemi un buon plot e vi darò un buon giallo. Ma se fosse sempre così, non avremm avuto Agatha Christie, tanto per dire il primo nome a caso. I cui plot, è risaputo, si basavano tutti su un unico assunto, e cioè che il colpevole era quello che aveva il movente più forte. Stava a lei, poi, inquinare le acque con sagacia, acume, e lealtà, in modo da dare al lettore lo stesso numero di indizi a disposizione dell'investigatore, ma a frammentarli con distrazioni di ogni genere, che fossero altre piste o altri cadaveri. 
Questo è esattamente ciò che Malvaldi non fa, consegnandoci una trama talmente mal costruita da farci indovinare il colpevole pressoché da subito, appena si attenua l'incavolatura per l'andamento della sua prosa. E, quel che è peggio, lo fa con l'arroganza di chi ormai la fama se l'è conquistata e quindi può permettersi di tutto, anche di prendere in giro i suoi lettori devoti, che gli avevano perdonato le progressive smagliature della trilogia del Bar Lume, attingendo a piene mani dalla riconoscenza per Odore di Chiuso e per quella ventata di rinnovamento che è sempre un beneficio per le case editrici che decidono di puntare sui giovani. A patto che lo restino e non si atteggino a grandi scrittori dopo i primi successi: perchè allora ci tocca proprio dirglielo, che le Agathe e gli Ellery e i Dickson Carr stanno su un altro pianeta, per aspirare al quale sarà bene iniziare da subito a riaffinare le armi, con un bel manuale di creative writing da una parte- e un sano bagno di umiltà dall'altra.

Margaret Powell- Ai piani bassi

Di solito, quando mi imbatto in un brutto libro che ho scelto da sola, senza farmi condizionare da nessuna suggestione esterna, in scala da 1 a 10 mi arrabbio al massimo 3. L'occhio critico può segnalare una miriade di cose che non vanno, ma non per questo il tono dell'umore ne risente, anzi: da lettrice, so bene che questo è un rischio che fa parte del gioco. Ma visto che leggere è il mio gioco preferito, lo corro , in modo consapevole e talvolta persino divertito. 

Le cose cambiano se le mie scelte sono invece palesemente condizionate: dalla critica, dalle classifiche di vendita, dai risvolti o dalle fascette di copertina, dall'amico marchettaro che si è casualmente imbatutto nell'ultimo capolavoro di turno, "che bisognerebbe farlo conoscere ai tuoi amici". In quel caso, il livello di incavolatura della sottoscritta, sempre in scala da 1 a 10, schizza immediatamente a mille. E poi da lì riparte, a seconda degli stimoli che trova, a mano a mano che la lettura procede e il libro avanza inesorabilmente o nello scatolone del ciarpame da regalare al primo che se lo prende o nel secchio della rumenta- in ogni caso, il più possibile lontano dai miei occhi, che non sia mai che la vista del prezzo di copertina mi riacutizzi il sistema nervoso. 

E' lì che finirà Ai Piani Bassi di Margaret Powell, uno dei libri più brutti che abbia letto dall'inizio di quest'anno a oggi: il fatto che si sia solo al 20 gennaio è una macroscopica attenuante, ovviamente voluta: perchè non è che questo romanzo sia proprio da buttar via: qualche pregio, ad essere onesti, ce l'ha. Ma rispetto alle strategie del lancio pubblicitario, che lo ha presentato come la fonte ispiratrice di Downton Abbey , siamo lontani mille miglia. Perchè- chiariamocelo subito- a dispetto della foto di Highclare Castle in copertina e della fascetta glialla che scandisce a chiare lettere il concetto (caso mai non lo si fosse capito), questo romanzo non ha nulla a che vedere con la serie televisiva: nè l'ambientazione, nè la trama, nè i personaggi- e meno che mai regge l'analogia fra Miss Powell, cuoca mediocre e occasionale, con Miss Patmore, personaggio assolutamente centrato e perfetto, in ogni dettaglio. 

A parziale discolpa dell'editore, va detto che già in Inghilterra il libro è stato presentato così, come la fonte che ha ispirato la serie a Julian Fellowes. In ogni caso, si tratta comunque di una mostruosa forzatura, di cui il lettore inizia a rendersi conto un po' prima della metà della storia, allo stesso punto in cui comincia la parabola discendente, che arriva fino alla fine senza dar mai segno di risalita. 

Il romanzo, come dicevamo qui, è autobiografico: è la storia di una cuoca, messa a servizio da una famiglia troppo povera per poterla mantenere a casa o, meno che mai,  per assicurarle quel minimo di istruzione a cui lei aspirava. Una vita grama, senza dubbio, ma capace di trovare una forma di sublimazione e di riscatto nella scrittura, così come è in effetti accaduto: da umile sguattera, infatti, la Powell è diventata una ricca signora, e questo grazie alla fortuna arrisa a questo romanzo, dato alle stampe nel 1968 e da allora sempre continuamente rieditato. 

Le premesse per aspettarsi una grande storia, quindi, c'erano tutte: di qua il legame con una serie televisiva straordinariamente ben fatta, di là la promessa di una scrittura viva, palpitante, emozionante, quale è da sempre quella degli autori che di queste tematiche si son fatti interpreti, sia che abbiano virato sulle note di una nostalgica ironia, sia su quelle del sarcasmo, sia su quelle della aperta commozione. 

Invece, niente di tutto questo. Di Downton Abbey, nessuna traccia. Le case dove va a servizio la Powell sono tutte dimore modeste o comunque lontanissime dai fasti della magione dei conti di Grantham e lo stesso vale per il personale di servizio: quello  che sarebbe potuto diventare un terreno di indagine privilegiato, intessuto della fitta rete di relazioni che restituisce vita autonoma anche ad una comunità spesso negletta come quella che sta ai piani bassi, si esaurisce in un banale elenco di facce che sbiadiscono alla pagina successiva. Nessun aggancio con il mondo esterno, nessun anelito ad una giustizia sociale che oltrepassi il dato anedottico, nessuna traccia di emozioni, quasi che la protagonista abbia vissuto tutta la sua vita anestetizzata da qualsiasi turbamento, qualsiasi trepidazione, qualsiasi slancio di vero affetto. Anche quando parla della sua famiglia e dei suoi figli, la Powell mantiene sempre questo tono asettico e autocentrato: il matrimonio è visto come l'unica via d'uscita da una vita che non le piace, i figli sembrano semplici accessori, una sorta di scotto da pagare in un susseguirsi di "mali minori" che, alla fine, provocano nel lettore un moto di stizza sincera contro il vero filo conduttore del romanzo, che altro non è che la continua scontentezza della sua autrice, declinata nelle forme più mediocri di una desolante banalità, della trama e dello stile. 

La parte più irritante riguarda ovviamente l'occasione perduta: della Powell, di raccontarci un'esperienza che sarebbe potuta essere straordinaria e del lettore, che avrebbe potuto entrare a farne parte, se ci fossero state le premesse per farlo. A maggior ragione, se si considera il grande interesse dell'argomento: se l'autobiografia è quella di una cuoca, la supposizione più immediata e l'aspettativa più innocente è che il libro pulluli di storie che riguardano il cibo o le cucine: invece, niente di tutto questo- o meglio: solo quel poco che permette all'autrice di continuare a battere sullo stesso tasto, dell'autocommiserazione e del povera me. 

Sia chiaro: che la Powell abbia patito una vita di stenti, nessuno lo nega. Così come nessuno nega che si provi un misto di compassione e di rabbia per la diseguaglianza sociale, di quella e di tutte le altre epoche della storia. Solo che qui stiamo parlando di un romanzo, non di un fatto storico. Vale a dire, del modo in cui si è scelto di raccontare una storia: la Powell lo fa con questo fondo rancoroso che diventa ben presto la pesante zavorra che impedisce alla trama di sollevarsi e di raggiungere quelle vette che di solito ci si attende, quando si parte da queste premesse: in alto o in basso, non fa differenza. Siamo in un romanzo, non nella realtà. E quindi, lo stile non è un accessorio, ma il fondamento e un buon materiale diventa tale nel momento in cui lo si sa raccontare. Cosa che l'autrice sa fare a metà, prigioniera com'è di questo taedium vitae che non la schioda da quei toni piatti e privi di entusiasmo, nemmeno quando parla di cucina. Che è argomento fecondo come pochi, da qualsiasi parte lo si affronti. Vederlo svilire in questo modo, è un doppio colpo al cuore, perchè doppia è la delusione: del lettore e dell'appassionato, destinati entrambi a rimanere a bocca asciutta, a fronte del "piatto ricco" che ci è stato promesso e di cui a noi son rimaste poche briciole e un retrogusto di stantìo di cui avremmo volentieri fatto a meno.

Stephen King- 22/11/63



Fra le date che restano scritte nella storia, il 22 novembre 1963 è di sicuro quella che ha dato vita a più interrogativi, più ipotesi, più teorie: l'assassino del Presidente Kennedy, freddato proprio quel giorno da tre colpi di fucile, sparati da Lee Harvey Oswald, è infatti uno di quegli eventi su cui gravano più dubbi che certezze, tanto che ogni qualvolta qualcuno decide di ritornare sull'argomento, con un libro, un film o un'inchiesta, l'interesse si riaccende, oggi come allora, a dispetto del mezzo secolo trascorso nel frattempo.

Fra i romanzieri contemporanei, quello che suscita più aspettative, più attese, più curiosità è, senza dubbio, Stephen King: i fans si mobilitano, la critica fibrilla, gli editori sanno che, qualsiasi cosa accada, in quel giorno, sarà dell'ultimo romanzo della penna più sorprendente del Maine che si dovrà parlare- e tanto basti, per tutti.

Unite i due fenomeni e potrete quindi avere un'idea dell'atmosfera che ha accolto l'ultima fatica letteraria dello scrittore, intitolata appunto 22/11/63 e dedicata, almeno in apparenza, all'assassinio di John Kennedy: tutti, ne hanno parlato.
Solo che io non me ne sono accorta.
Mi ci son volute delle giustificazioni, belle grosse, per farmi riprendere dal colpo: perchè la scrivente, checché se ne potesse pensare prima di questa rivelazione, adora Stephen King. Più il primo che l'ultimo, ad essere precisi, cosa che presumo accomuni quelli intorno ai miei anni, che sono riusciti nella mission impossible di nascondere It sotto ai Promessi Sposi, di litigarsi l'unico volume di Insomnia in viaggio di nozze, di pagare tre volte l'ingresso al cinema dove proiettavano Shining e non essere mai riuscita a vederlo tutto per intero e di farsi strappare dalle mani- prima e unica volta nella vita- "Misery non deve morire", "e finchè non riprendi colore, figlia mia, 'sto libro te lo nascondo".
Tuttavia, il mio amore incondizionato per Stephen King non nasce dalla produzione horror, ma da un racconto delicato, gentile, intimista, capace di toccare ogni corda della commozione, fino a far male: le mie amiche si raddolcivano sulle foto dei fidanzati, che tiravano fuori dalle pagine dei diari, io incollavo ogni anno sull'agenda l'incipit di Stand by me, per sentirmi viva, ogni volta che la leggevo, e fiduciosa nella vita e nel futuro: perchè se nel mondo c'era un essere umano in grado di risvegliare, con la scrittura, tutti i sensi dei suoi lettori, anche quelli più sopiti e più nascosti, non tutto era perduto. Almeno, non ancora.

Ho citato Stand by me perchè un'eco delle note di questo racconto l'ho ritrovata, perdendomi nelle pagine di 22/11/63. Che è un romanzo che sfugge a qualsiasi etichetta, non essendo nè completamente un romanzo storico, nè completamente un'opera di fantascienza, nè completamente un thriller, nè completamente nulla di qualsiasi altro genere letterario evochi la sua lettura. La trama ricalca il topos del viaggio nel tempo, tipico della Fantascienza classica: il "rabbit hole", la buca del coniglio, che riporta il protagonista alle 11.58 del 9 settembre del 1958, ripropone in termini più eccitanti la teoria del wormhole di Lorentz e si riallaccia ad un filone stra collaudato di letteratura del genere. Solo che King lo fa allaking- o meglio: torna a farlo alla King, confezionando un'opera di tutto rispetto, che avvince dalla prima all'ultima pagina.

Ma andiamo con ordine. Jack Epping è un professore di letteratura, divorziato da una moglie ex alcolista (lui la aiuta nella disintossicazione e lei, per ringraziarlo, si mette con un tizio conosciuto nell'Anonima alcolisti, accusando il marito di insensibilità) che consuma i suoi pasti più o meno solitari, nel locale di Al Templeton, evitato dal resto della comunità perchè troppo economico rispetto alla concorrenza. Un giorno, Al convoca Jack con urgenza, svelandogli di essere in punto di morte e assegnandogli una missione: quella di cambiare il corso della storia, sventando l'assassinio del presidente Kennedy. Questo è possibile grazie ad un passaggio, nascosto nella cantina del locale, che riporta sempre al 9 settembre del 1958. quando si ritorna nel presente, sono passati appena due minuti, qualsiasi sia il periodo trascorso nel passato: ma gli effetti di quello che è stato modificato nel passato, permangono fino ai giorni nostri, con sviluppi tutti diversi, come bene sa Al, che ha sventato un incidente di caccia, permettendo ad una ragazzina destinata a vivere per sempre su una sedia a rotelle di muoversi e camminare fino alla fine dei suoi giorni. Tuttavia, ogni volta che si attraversa la bica del coniglio, tutto viene azzerato e se si desidera modificare il corso del destino, sarà necessario intervenire di nuovo. Il barista ha trascorso nel passato molti anni, ben deciso ad evitare la morte di Kennedy, raccogliendo un dossier di informazioni che consegna a Jack: purtroppo, la malattia contratta in questo periodo gli ha impedito di portare a termine questo compito, che affida quindi a Jack, come sua ultima volontà. Dopo molte titubanze (e due giri di prova, il primo solo esplorativo, il secondo legato ad una missione personale), il protagonista accetta definitivamente- e la storia prende il largo.
L'interrogativo dominante, quindi, il binario lungo il quale dovrebbe snodarsi tutta la storia è quello efficacemtne sintetizzato in quel "se fosse possibile cambiare la storia, tu lo faresti?" che dalla quarta di copertina dice "comprami" al lettore. In realtà, il romanzo è molto di più: un gigantesco affresco dell'America degli anni Cinquanta, anzitutto, in special modo della vita della provincia, nella quale i germi della rivoluzione del decennio successivo sono ancora soffocati da rigurgiti del Maccartismo e dai dettami di un moralismo che, per quanto sempre più di facciata, resta ancora la legge che domina, in quella società. A mano a mano che Jack si cala in questo nuovo ambiente, riscoprendo se stesso e ritrovando la gioia di vivere nell'insegnamento, negli affetti, nell'amore, è come se la storia si sdoppiasse, ramificandosi in tanti rivoli, con la Missione tutta maiuscola che a mano a mano si avvicina, e molte altre, meno importanti sul piano della Storia ma altrettanto determinanti nella vita dei singoli personaggi, che si succedono una via l'altra, assicurando quella tensione narrativa che, in un romanzo così lungo, potrebbe facilmente venir meno.
Alla fine, gli unici a restare insoddisfatti sono quelli che si aspettavano una storia sull'assassino di Kennedy che, invece, risulta essere l'argomento più sbiadito, forse anche più noioso dell'intera impalcatura. Nella post fazione, l'autore sostiene di aver speso anni nella lettura di decine di libri sul tema- e non c'è ragione di non credergli. Ma, di fatto, alll'interno del romanzo la vicenda perde ogni profondità e si riduce ad essere un mero espediente per l'avvio e lo sviluppo dell'intera storia. Peccato? anche no, mi verrebbe da rispondere: perchè l'intento del libro non era un'indagine, nè una denuncia e male han fatto, a mio parere, i critici che si sono soffermati solo sulle aspettative del titolo.
22/11/1963, infatti, è mlto di più di un'analisi di quello che accadde quel giorno: è un romanzo avvincente, calibrato, ben scritto, le cui pagine ora inteneriscono, ora atterriscono, ora commuovono, ora mozzano il fiato. Più che dell'assassinio di Kennedy, la data del romanzo segna il ritorno di King a quella scrittura a cui ci aveva disabituato, nelle sue ultime prove, mitigata da una voglia di tenerezza che è il vero leit motif del racconto, dalla prima all'ultima pagina.

Hardeep Singh Kholi- Indian Takeaway



Sottotitolo: cronaca di un viaggio in India, alla scoperta di se stessi, nel segno del cibo. E non indiano, sia chiaro, ma britannico, scozzese per la precisione.
Già, perchè l'autore di Indian Takeaway, libro comprato al volo in una bancarella perchè "in offerta" e rivelatosi invece una sorpresa piacevolissima, è uno scozzese di Glasgow, nato da genitori indiani, emigrati in Gran Bretagna per assicurare ai loro figli un futuro migliore. Il padre di Hardeep Sigh Kholi è originario del Punjabi, la madre viene da Nairobi, figlia di uno dei tanti Indiani al soldo dell'Impero, mentre tutti i loro figli sono nati in suolo britannico, cresciuti in villette a schiera, fra Sheperd's pie e Vindaloo.
Inevitabile, quindi, che il primo paragrafo del libro sia dedicato alla risonanza tutta peculiare che il termine "casa" (home) ha per gli emigrati di seconda generazione- " la più innocua e la più complessa delle parole. Che dà conforto e disorienta". E non è un caso che il primo ricordo dell'autore sia una sgradevolissima scortesia del buon vicinato, con gli amici del quartiere tutti in casa del vicino e lui solo fuori dalla porta, a meditare sui molti significati che l'essere ospiti in terra straniera comporta.
Da qui in poi, l'autore conduce felicemente la sua esistenza sul doppio binario, fin quando non arriva il conduttore a chiedergli il biglietto- e a chiedergli dov'è che vuole veramente andare. Fuori metafora: chi vuole veramente essere, quali valori deve scegliere, fra la tradizione delle sue origini e quella del Paese in cui è nato e a cui sente di appartenere, sono tutte questioni a cui il quasi quarantenne Hardeep sente di dover dare delle risposte.
Decide quindi di andarle a cercare in India, in un viaggio che è sì della memoria, ma anche della contemporaneità: è un indiano - scozzese che vuole trovare un punto di conciliazione fra le due anime e decide di farlo attraverso ciò che ama di più al mondo, cioè il cibo. Porterà quindi il cibo britannico in India, cucinerà per i suoi parenti e i suoi amici, adattando le ricette al mercato, alle cucine, alle proibizioni religiose e ai palati dei suoi commensali, con un occhio al cibo e un altro a quello che lo circonda, in un dialogo continuo fra passato e presente, fra la Storia e le storie, alla ricerca di una "casa" che, finalmente, declini la diversità nei termini non di un'emarginazione, ma di una vera ricchezza e la trasformi in un ponte per un dialogo e una condivisione che trovano appunto nel cibo la loro espressione più immediata e più piena.
Concetti "tosti", già affrontati mille volte, ma che l'autore qui esprime in modo ironico, divertente, frizzante. D'altronde, da uno che si hciama Hardeep e che ha intitolato il suo programma televisivo, che conduce in kilt e turbante,  Hardeep is your love?, non ci si sarebbe potuto aspettare nulla di diverso, almeno da parte dei fan del personaggio. Ma per me che non lo conoscevo, è stata una piacevolissima sorpresa, che mi ha strappato potenti risate (la scena della meditazione yoga, su tutte) e mi ha lasciato una gran voglia di India, ovviamente, ma anche di una puccetta del sugo del Lancaster pot col naan bread. Per un'integrazione che ci piace, in tutti i sensi.

Diego De Silva- Sono contrario alle emozioni




Mettiamola così: ci sono libri di cui l'umanità potrebbe fare volentieri a meno. Ma ci sono autori a cui ciascun lettore dell'universo mondo, senza esclusioni significative di sorte, tributa il proprio grazie, ogni volta che si imbatte nei loro scritti.
De Silva rappresenta l'anello di congiunzione di questi due estremi: i suoi libri non sono quei capolavori senza i quali tu non saresti quello che sei- e meno che mai lo è quest'ultima sua fatica letteraria, un onesto divertissement in cui la trama è così sottile da trasformarsi in un manifesto pretesto.
Nello stesso tempo, ben vengano questi pretesti, se il risultato è un susseguirsi di singoli pezzi di bravura, che si inanellano l'uno dietro l'altro, tenendoti avvinto alla pagina come se stessi leggendo un romanzo d'azione, ora intenerendoti come sulle pagine di una storia d'amore, ora esplodendo in qualche incontenibile risata- che contieniti, Ale, che davanti a tutti non si fa.
Insomma, se non si fosse capito, a me De Silva piace. Mi piace per questo suo sguardo sul mondo e dentro se stesso, in cui la tentazione del piangersi addosso è sempre tenuta a freno da una pungente autoironia; mi piace per la sua capacità di sdoganare le pecche della mia generazione, quelli con l'Ipod fighetto con dentro le canzoni di Peppino di Capri, con i massimi sistemi di default, che sì, va bene la serata ggiovane a non parlare del più e del meno, ma vuoi mettere il rimbambirsi di chiacchiere esistenziali su tutti i mali del mondo, che da qualsiasi parte si arriva sempre lì- alla tua vita, a i tuoi errori, a quei libri contabili che lo sapevi che era meglio non aprire, ma tant'è. E mi piace per questo scandagliare la "sintassi dei sentimenti" fermandosi sempre al momento giusto- cioè un attimo prima di cadere nell'autocommiserazione o nell'autocompiacimento.
Le critiche dei lettori a questo libro sono state impietose: in assenza di una vera e propria trama, lo si è considerato come un puro esercizio di stile, slegato e sconnesso, volto più ad arricchire le tasche dell'autore che non la mente di chi legge. Al solito, tutto dipende da che cosa si ricerca in un romanzo. Per una come me, che macina km di pagine tutte in fila, con uno stile così piatto che al confronto la Piacenza Brescia son le montagne russe, poter assaporare una prosa cesellata, perfettamente ritagliata sulla situazione (immediata nei dialoghi, sempre felice nelle battute ad effetto, ben dosata nelle introspezioni, sempre capace di sorreggere il contenuto, in un sempre più raro equilibrio fra forma e sostanza) vale qualunque prezzo: anche quello di una trama che non c'è.
Ampiamente compensata dai pezzi sulle canzoni della Carrà (tutti da antologia) o dalla descrizione delle donne in aereoporto, a maggior ragione se la lettura del brano avviene proprio nella sala d'imbarco di uno di questi, dopo che tu hai appena replicato tutti i gesti, nessuno escluso, che l'autore ha appena descritto, in modo così lucido e così bastardo.
Insomma, se non si fosse capito, io di De Silva leggerei pure la lista della spesa. Perchè so che sarebbe una buona lettura. Anche se comprasse i quattro salti in padella....

Amor Towes- La Buona società




"E' la notte di Capodanno del 1937, all'Hotspot, un night club del greenwich Village a New York. In fondo ad una pista da ballo, piccola e vuota, un quartetto jazz suona stancamente. Ai tavoli, una clientela depressa quasi quanto il quartetto. A un tavolo appartato, Evelyn Ross e Katey Kontent ostantano senza problemi la loro giovanile e spensierata avvenenza. Sono arrivate lì per caso, giusto per tirarsi fuori dalla loro camera in affitto e si sono già scolta una buona dose di gin, quando si verifica 'l'apparizione': dritto, alto un metro e settantacinque, capelli castani e occhi azzurri, cravatta nera e bellissimo cappotto di cachemire appoggiato al braccio, compare sulla soglia un giovane uomo: è Theodore Grey, detto Tinker, banchiere a Wall Street, con appartamento al 211 di Central Park, 22 piani con terrazzo, mercedes color argento vivo... in una parola, l'uomo del destino per le ragazze, colui che le condurrà nella 'buona società' della New York della fine degli anni Trenta".
etc etc etc...
Avete presente Il Meglio della Vita?
Ecco: cambiate ambientazione, immaginatevelo scritto da un uomo, per giunta mio coetaneo e non coevo all'epoca in cui la storia si svolge ed avrete una nuova versione di quello che, per me, resta uno dei romanzimigliori letti in questi ultmi anni. (Il meglio della vita, intendo, non questo).
"Nuova" non significa infatti necessariamente "migliore" e neppure "all'tezza di", anzi: a dirla tutta, c'è una bella differenza fra questo romanzo e quello che ho appena ricordato e a cui si ispira: è di nuovo una mia opinione, ma le analogie son così tante che sarebbe francamente impossibile pensare il contrario. E ci sarebbe anche se non facessimo i paragoni, nel senso che La Buona società ha parecchie pecche, dal punto di vista della trama, dello stile narrativo e, non ultimo, della descrizione dei personaggi.
Lungi da me l'idea di sconsigliarne la lettura: i brutti libri sono altri. E questo ha l'indiscutibile pregio di essere avvincente: è solo che non lo fa mai fino in fondo, cosa che ci si aspetterebbe, invece dal tipo di trama scelta: si parla di una scalata sociale, in un periodo di grandi paure, sospeso fra un passato drammatico (con gli effetti del crollo di Wall Street a fare da monito) e un futuro estremamente incerto, con un' Europa che ha smesso di essere solo una terra di emigranti, da lasciarsi al più presto alle spalle, ma che comncia ad essere un luogo concreto, con cui confrontarsi e misurarsi. Questo è lo scenario in cui, di solito, chi ha scelto di giocare la partita, si gioca tutto, fino in fondo, a maggior ragione se la posta in palio è la scalata sociale e se a contendersela sono due ragazze sveglie e squattrinate che sanno bene che il fiore della giovniezza dura ben poco. Con queste premsse ci saremmo aspettate due tipi ben delineati, sia nel bene che nel male, decise nelle loro azioni, cesellate nelle loro caratteristiche. Invece, sembra di bere un cappuccino annacquato dai buoni sentimenti, sempre pronti a saltar fuori ogni volta che la trama ingrana la marcia giusta, col risultato di far arrancare la storia sempre più in salita, lasciando in bocca il retrogusto sgradevole di chi non ha saputo giocarsi bene una bella occasione.
Peccato, perchè l'idea pur non essendo per nulla orginale, è comunque un punto di osservazione privilegiato per sondare l'animo umano (e non sto a scomodare Bel Ami o la recente riscoperta di Julien sorel, perchè naturalmente non è il caso) e anche l'autore, alla sua prima prova, sfodera un curriculum di tutto rispetto, fra lauree a Yale, dottorati sparsi e una passione per il jazz e la storia dell'arte. Non a caso, le cadute non sono sull'ambientazione- che è perfetta- ma proprio sulla scrittura o meglio: sulla capacità di trattare la materia che ha scelto, vale a dire un romanzo di impianto classico, con protagonisti, coprotagonisti, personaggi minori, scenari multiformi, colpi di scena che si innestano sull'asse portante di una trama che tutto ispira e tutto ricapitola. Il che richiede una scrittura sicura- e non tremolante, un piglio deciso, e non impaurito.
Peccato, peccato, peccato.....

Joel Dicker- La verità sul caso Harry Quebert


E' il caso editoriale dell'estate, probabilmente lo sarà anche dell'anno, considerato il piattume che ha contraddistinto le pubblicazioni di questo 2013, almeno finora e lo segno nei libri da leggere perchè, nonostante i mille difetti, ha comunqueil pregio di tenere avvinghiato il lettore dallaprima all'ultima pagina. E' un giallo di stampo classico, con un'indagine che si riapre a distanza di decenni, a causa del ritrovamento fortuito del cadavere della vittima nel giardino del mentore della voce narrante e che innesca una serie di colpi di scena, in un procedere parallelo delle ricerche della polizia (tutte sbagliate) e di quelle del narratore (tutte giuste). Lo sfondo è quello un po' asfittico di una piccola cittadina della provincia nordamericana, nei cui armadi sono appesi tanti scheletri quanti sono gli ostacoli che si frappongono alla ricerca della verità e le immagini stereotipate- dal campus al fast food- sono comunque ravvivate da una trama originale e, per certi versi insolita, visto che l'argomento attorno al quale tutto ruota è qualcosa di poco battuto, come il mestiere dello scrittore. 
E questo, ahimè, è il vero punto debole del romanzo: un plot fortissimo, un'infilata di idee vincenti- ed è scritto da cani. Con tutto il rispetto per i cani, sia chiaro. Ma uno stile così sciatto, una ricerca così ingenua, a tratti anche volgare, della vivacità dei dialoghi, una sequela di occasioni mancate come quella che si è snodata lungo le quasi 800 pagine del libro (ovviamente, troppe) erano anni che non mi capitava di incontrarla. E non mi si venga a dire che l'autore è giovane e che si fatà- perchè gli espedienti perchè ciò non accada li hanno già messi tutti in atto: d'Orrico, sul corriere, dice che "dopo questo romanzo, il romanzo contemporaneo non sarà più lo stesso e nessuno potrà far finta di non saperlo"; l'huffington post si lancia in un'interpretazione dotta sulla fatica di scrivere, francamente fuori luogo, tanto quanto aver definito "noir" un romanzo che di nero non ha assolutamente nulla; infine, ci sono le classifiche di vendita, che vedono svettare  La Verità sul Caso Harry Quebert più o meno in tutta Europa. Intendo dire, chi glielo farà fare, al buon Joel Dicker, di iscriversi ad un corso serio di scrittura?
Peccato, perchè nelle mani di una Vargas (o di un Ed Mc Bain o di un Cornell Woolrich, se vogliamo virare sul noir) un'idea del genere sarebbe sfociata in un capolavoro assoluto. Invece, rende solo ricchissimo il suo autore ;-) e finisce su menuturistico, fra le letture da ombrellone. Perchè lo consiglio, sia chiaro, ma in uno scenario vacanziero e rilassato, da bagnasciuga, creme solari e, a turbare la quiete, qualche ciottolo portato a riva dalle onde. Che le pietre miliari, si sa, son ben altre..

Aimèe Bender- L'inconfondibile tristezza della torta al limone



cos'è che si diceva, giusto ieri, di libri con un plot fortissimo e una scrittura pessima, che finscono comunque per tenerti avvinghiata alle pagine, dalla prima all'ultima riga? Ecco: invertite l'ordine dei fattori e il risultato non cambierà. Almeno, non se il romanzo in questione è L'Inconfondibile Tristezza della Torta al Limone, ultima fatica di quella Aimèe Bender che si era conquistata l'amore del pubblico anni fa, con l'altra meravigliosa chicca di Un segno Invisibile e mio. A distanza di dieci anni, l'autrice ritorna con questa storia che ruota attorno ad una bambina, Rose, che a nove anni si accorge all'improvviso che il sapore del cibo è cambiato: le ci vorrà un po' di tempo per capire che è il sapore dei sentimenti delle persone che lo hanno preparato, quello che sente e che trasforma una fetta morbida e profumata di una torta al limone in un disgustoso concentrato di tristezza sorda e antica, e questo darà il via ad una trama fatta di piccoli e grandi segreti,in un inno delicato e gentile al male di vivere che definisce tutti i protagonisti della storia.
Fosse stato Stephen King, ne avrebbe fatto un horror straordinario. Siccome,invece, è la Bender, ecco venir fuori un viaggio nei sentimenti, o meglio: una degustazione dei sentimenti, che investono la bambina al primo morso, senza alcun filtro e che lei impara, giorno dopo giorno, a scindere e a scomporre, unico antidoto ad un travolgimento altrimenti fatale. Accanto alle emozioni, ci sono le verità nascoste, segreti che vengono svelati alle papille di Rose e che, di nuovo, la protagonista deve imparare a gestire e che imprimono un'accelerazione forte ad un processo di crescita che la rende immensamente diversa dagli altri e immensamente cara.
Al centro della trama, un'altra rivelazione sconvolgente, su cui è d'obbligo tacere. Laddove invece mi diffondo ancora un po' è sulla perfetta concezione dell'opera, che non ha sbavature di alcun genere- cosa difficilissima, trattandosi di materia rischiosa come i sentimenti umani. Aver affidato il racconto ad una bambina è un espediente intelligente, che scherma da possibili cadute nella retorica e semplifica, quasi scarnfica, questioni complicate come il tradimento e la diversità: non so su quali romanzi si sia formata la Bender, ma se dovessi scegliere fra Il Buio oltre la Siepe e Il Giovane Holden punterei qualcosa sul primo, da tanto Rose mi ha ricordato Scout, nel suo approccio diretto e limpido ai problemi dell'umanità e del mondo. Che, questa volta, si spinge fino ai confini del soprannaturale, in un magistrale equilibrio fra razionalità e mistero, fra ordine e disordine, fra tranquillità e terrore- e non è un caso che abbia citato King, all'inizio, visto che ce l'ho avuto in mente dalla terza pagina in poi. Ma se King non avrebbe esitato a virare nel recinto della paura, la Bender sprofonda nell'abisso del sentimento, sezionandolo con la precisione di un sommelier e trascinandoci con lei in questo modo diverso di vedere le cose, in un coinvolgimento che smette da subito i panni dell'estranietà e ci rende tutti compagni di Rose nel percorso su cui l'ha spinta la vita: deformato e deforme, ma non per questo meno profondo e vero.
Da ombrellone e da fazzoletti.
Alla prossima puntata
Ale