lunedì 19 agosto 2013

Rona Jaffe- Il Meglio della vita




ovvero: Sex and the City, sessant'anni fa

Ci sono luoghi così ben definiti- nelle fotografie, nelle stampe, nei set cinematografici, ancor prima che nei libri- che rendono quasi inutile l'immaginazione. O meglio: la spostano, dalla banda della visione a quella dell'emozione, fatta di suggestioni, di atmosfere, di sollecitazione di sensi più reconditi, che soppiantano di colpo gli esercizi della fantasia. Di questi, il più famoso è Manhattan, il cuore pulsante della Grande Mela, i cui scorci hanno da sempre fatto parte dell'immaginario della mia generazione, dalla cartina dei chewing-gum appallottolata nelle tasche dei jeans, da bambini, agli scenari dei film  sparati uno dietro l'altro nei cine club al liceo, che così impari anche a sognare in inglese o quello che cavolo è la lingua che si parla di fronte alle vetrine di Tiffany o al tavolo più famoso di Katz. E quando finalmente ci si arriva, a New York, ci si accorge che tutto è esattamente come ce lo hanno raccontato: c'è il ponte di Brooklyn, c'è lo skyline, c'è Wall Street, c'è la Fifth con le sue vetrine, c'è la Statua della Libertà e Staten Island e Long Island e il Ferry Boat e pure una metropolitana che va o in su o in giù e non altrove,  in questa ineffabile capacità di render tutto così semplice che ti va sentir tutto a portata di mano, anche quello che ti sembra irraggiungibile,  irrealizzabile, impensabile, se visto dal lato dell'Oceano sbagliato. A NY si può- e a Manhattan, ancora di più. 



Questo è stato quello che ho pensato appena ho iniziato a leggere Il Meglio della vita, opera- forse- prima, ma senza dubbio più famosa di Rona Jaffe, che negli anni Cinquanta traduce in un romanzo un'indagine sociologica condotta da lei stessa sulle aspettative delle donne americane di quell'epoca, significativamente intitolata "Donne e Carriera": basta la prima scena del libro, con una delle protagoniste che si affanna a salire le scale della metropolitana per arrivare in tempo, al suo primo appuntamento con il suo primo lavoro. E bastano i dettagli, per sprofondare nelle atmosfere so glam di cui sopra, visto che la fanciulla in questione è un membro dell'agiata middle class newyorkese, con villetta fuori porta, tailleur e caschetto alla moda d'ordinanza e il posto di lavoro è all'interno di una casa editrice altrettanto glam , in un ancor più glam  grattacielo griffato Mies Van Der Rohe. E lo stesso si può dire per le altre quattro protagoniste della storia, la campagnola del Colorado, tanto bella quanto ingenua,  la rampolla dei quartieri alti, che abbandona le sicurezze di un futuro all'ombra del Country Club per gettarsi nelle tremule e incerte mille luci dei palcoscenici di Broadway, la ragazza madre (il personaggio meglio costruito, probabilmente) e la tranquilla ragazza del Bronx, dal cognome italiano la cui felicità fa rima con marito e figli e casalinghitudine.
Tuttavia, quello che si annuncia come un libro tutto al femminile e che lascia quindi intendere una evoluzione in rosa, senza troppe sorprese, vira sin dalle prime pagine verso sfumature assai meno confortanti e prevedibili: come suggerisce il titolo, infatti, le tre ragazze vogliono il meglio della vita e sono a New York per prenderselo, costi quel che costi: Caroline vuol fare carriera, April vuole trovare marito, Gregg vuole una parte che la appaghi, sia sul fronte professionale che su quello privato. Il tutto facendo i conti con due ingredienti imprescindibili per quegli anni- l'ampio ventaglio di una morale che va dall'onestà con se stessi al perbenismo, da una parte, e gli uomini dall'altra, che sono l'immancabile punto di ancoraggio di qualsiasi ambizione cerchino di realizzare le protagoniste del libro: gli uomini occupano i posti di potere, gli uomini acquistano gli anelli di fidanzamento, gli uomini ti prendono e ti lasciano come vuoi, almeno fino a quando non riuscirai a portare la loro fede al dito. Ne escono malaccio, a dire la verità, in un giudizio complessivo che di nuovo un po' sorprende, visti i tempi, ma che per altro fotografa alcuni stereotipi ricorrenti, anche a distanza di decenni: ci sono i bamboccioni, i mariti insoddisfatti che non sanno lasciare la moglie, i cultori del proprio ego,  gli esperti del mobbing, i fedelissimi della bottiglia al bar dell'angolo, i manipolatori, i vigliacchi, quelli che la carriera, la casa in campagna, la moglie che apre la bocca in un sorriso e chude gli occhi sulle sbavature di un rossetto che sa non essere il suo. 
Il tutto, sullo sfondo di una NY fatta di cocktail, di bei vestiti, di tagli alla moda, di scarpe da sogno, di uffici che si lasciano a notte fonda, di lavori che si finiscono a casa, di feste di Natale, di camere di hotel di lusso- e di letti sfatti, di lenzuola che son state testimoni di incontri frettolosi, di promesse mai mantenute, di morsi dati con forza a quella parte di mela che il destino riserva a ciascuno, se solo si è capaci di afferrarla in tempo. 
Cinquant'anni dopo, le ragazze de Il Meglio della Vita si chiameranno Carrie, Charlotte, Samantha e Miranda: le scarpe che porteranno saranno quelle di Jimmy Choo, ma le strade che calcheranno saranno  le stesse e con lo stesso piglio. Non a caso, Rona Jaffa, all'indomani della ristampa del suo romanzo, lo ha definito un  "Sex and the City senza vibratore", con un'espressione che calza a pennello, quasi come uno stiletto di Manolo Blahnik. Il resto, lo fa una scrittura fresca e scorrevole ed una trama ad incastro, di quelle che non annoiano mai e che ti tengono avvinghiata al libro fino alla fine: che non è lieta, quanto meno non per tutti- e che, proprio per questo, eleva il romanzo dal semplice rango di un antesisgnano diel chick lit ad un'occasione per riflettere: sul ruolo della donna, di ieri e di oggi, e su come la ricerca del "meglio"implichi di necessità il confrontarsi col "peggio", in un progressivo passaggio dal bene assoluto al male minore, a ben guardare il vero rito di passaggio all'età adulta. La Jaffa non arriva a tanto, ma la direzione è questa: ed è ciò che rende Il Meglio della vita un romanzo moderno, oltre che avvincente e ben scritto. Da leggere, appena si può.

Andrea Camilleri- Una voce di notte/Marco Malvaldi- Milioni di milioni



cos'è che dico, da quando scrivo di libri su MT?
Che Camilleri ormai è l'equivalente di una telefonata a un vecchio amico, a cui mi lega un affetto consolidato ma stanco, senza emozioni, senza palpiti, senza sorprese? E che la sorpresa più bella targata Sellerio di questi ultimi anni ha la parlata toscana di tal Marco Malvaldi da Pisa (che scopro ora essere nato il mio stesso giorno, ma guarda te), l'ormai ex chimico divenuto scrittore a pieno titolo e fra poco anche sceneggiatore televisivo, vista l'annunciata fiction sul Bar Lume?
Ecco: dimenticatevi tutto. 


O meglio: invertite i giudizi, almeno in relazione alle ultime fatiche letterarie dei due, che hanno suscitato in me sensazioni diametralmente opposte, sia in riferimento alle opere, sia in relazione agli autori. Avevo iniziato Camilleri con l'aria di sufficienza di chi decide, per l'ennesima volta, di regalare due ore del suo tempo a una lettura che in partenza si prevede deludente ed inutile- e mi son ritrovata a ridere ed arrabbiarmi ed emozionarmi e godermi ogni periodo, ogni frase, ogni parola come non mi succedeva da anni. Avevo iniziato Malvaldi con l'espressione della sposina sull'altare, che non vede l'ora di cogliere a piene mani la soddisfazione di promesse finalmente esaudite e mi son ritrovata a metà, con l'aria arcigna della prof zitella e la tentazione di recuperare dai cassetti le matite rosse e blu con cui ai miei tempi si correggevano gli errori, per sfogare su una prosa piatta ed autocompiaciuta tutta la mia delusione. 

Ma andiamo con ordine. 

Una voce di notte, di Camilleri, è un gran bel giallo. L'autore ci avvisa in una nota a fondo libro che si tratta di un'opera vecchiotta, che Sellerio aveva tenuto in caldo per una strategia editoriale la cui ratio è sfuggita anche all'autore, come egli stesso riconosce, non senza un po' di veleno nella coda. In effetti, qualche riferimento che non quadra c'è (il più evidente di tutti è il compleanno del commissario, che in apertura di romanzo festeggia i suoi 58 anni), ma francamente son quisquilie, visto che per tutto il resto è una storia perfettamente sintonizzata con gli umori di questi ultimi tempi. Anzi: lo è a tal punto da far supporre che le misteriose ragioni della permanenza del manoscritto nel cassetto dell'editore possano anche dipendere da un eccessivo politically uncorrect, visto che questa volta l'affondo è mirato contro un sistema giudiziario sempre più incline a far finta di niente contro i delinquenti veri e, per contro, ad affermare la propria identità perseguitando i poveracci. Il che, a ben guardare, è un altro valore aggiunto ad un romanzo che mantiene i pregi di sempre, a livello di scrittura, e torna ai fasti di una volta per quanto concerne trama e contenuti. Il plot  c'è- ed è bello tosto, al punto da richiedere un Montalbano più investigativo del solito, abilissimo nel condurre interrogatori e nel seguire un fiuto che torna ad essere ancorato ai fatti e quindi a coinvolgere il lettore, in quella sottile sfida che da sempre è la vera ossatura del romanzo giallo,oltre che la sua forza e la sua linfa vitale. Non a caso, questa volta i membri della squadra del commissariato di Vigata tornano a rivestire gli antichi ruoli di comprimari: insostituibili e irrinunciabili, ma rigorosamente al fianco di un protagonista che torna a risplendere di vita propria e lo fa con una luce che offusca tutto il resto: Catarella, Fazio, Augello e, buon'ultima, la stessa Livia, ridotta ad una voce al telefono- per altro, sempre petulante. Il risultato è un gran bel romanzo, confezionato attorno ad una storia che regge, ad un personaggio tornato ad essere pienamente credibile e ad un'ambientazione che, relegata sullo sfondo di un'operazione investigativa, smette di tappare le falle delle opere precedenti e recupera la sua funzione originaria, di strepitoso basso continuo capace di tenere assieme le fila della trama e di connotarla in modo esclusivo e indimenticabile. Da mettere sotto l'albero, assolutamente. 


"In mezzo alla radura, a torso nudo, nonostante il freddo di gennaio, c'era un tizio alto circa un metro e cinquanta, completamente pelato, con una barba che arrivava alla pancia e con due polpacci che sembravano dei san Daniele: qualcosa che, come primo istinto, già da sola faceva venire voglia di guardarsi attorno per vedere se da qualche parte ci fosse anche Gandalf" (Malvaldi, M., Milioni di Milioni, pp. 16-17)
Parto da qui, perchè questo è uno dei punti che più mi hanno irritato, nella lettura dell'ultimo romanzo di Malvaldi. E se considerate che eravamo a cavallo delle pagine 16 e 17, è facile immaginare il florilegio di bestialità che mi era già toccato leggere prima, tutte targate "oh come faccio ridere, o come sono bravo". Perchè è questo che mi crea fastidio nella prosa di Milioni di Milioni: quel malcelato autocompiacimento, quella scrittura buttata lì, quelle invenzioni che sarebbero potute anche essere azzeccate, se solo ci fosse stato un minimo di padronanza dell'uso della lingua e dei tempi. Malvaldi, oltretutto, viene dal giallo classico- e anche la storia che racconta in quest'ultimo romanzo ha tutti gli ingredienti per essere connotata in questo modo: il paese isolato dalla neve, la cerchia dei colpevoli ristretta, il protagonista che deve difendersi- e poi il paese picccolo dove la gente mormora, la bella collaboratrice che si improvvisa investigatrice, gli scheletri negli armadi e il cherchez la femme di poirottiana memoria: a parte la scrittura, tutto. 
Perchè- e qui torno ad essere pedante e noiosa, ma tant'è: mica ve l'ho detto io, di scirvere libri gialli- chi decide di cimentarsi in questo genere deve avere ben conficcato in testa che il requisito che è richiesto, primariamente e assolutamente, è avere una tale capacità di scrittura da saper padroneggiare la trama, dall'inizio alla fine. Di solito, si tende a pensare il contrario: datemi un buon plot e vi darò un buon giallo. Ma se fosse sempre così, non avremm avuto Agatha Christie, tanto per dire il primo nome a caso. I cui plot, è risaputo, si basavano tutti su un unico assunto, e cioè che il colpevole era quello che aveva il movente più forte. Stava a lei, poi, inquinare le acque con sagacia, acume, e lealtà, in modo da dare al lettore lo stesso numero di indizi a disposizione dell'investigatore, ma a frammentarli con distrazioni di ogni genere, che fossero altre piste o altri cadaveri. 
Questo è esattamente ciò che Malvaldi non fa, consegnandoci una trama talmente mal costruita da farci indovinare il colpevole pressoché da subito, appena si attenua l'incavolatura per l'andamento della sua prosa. E, quel che è peggio, lo fa con l'arroganza di chi ormai la fama se l'è conquistata e quindi può permettersi di tutto, anche di prendere in giro i suoi lettori devoti, che gli avevano perdonato le progressive smagliature della trilogia del Bar Lume, attingendo a piene mani dalla riconoscenza per Odore di Chiuso e per quella ventata di rinnovamento che è sempre un beneficio per le case editrici che decidono di puntare sui giovani. A patto che lo restino e non si atteggino a grandi scrittori dopo i primi successi: perchè allora ci tocca proprio dirglielo, che le Agathe e gli Ellery e i Dickson Carr stanno su un altro pianeta, per aspirare al quale sarà bene iniziare da subito a riaffinare le armi, con un bel manuale di creative writing da una parte- e un sano bagno di umiltà dall'altra.

Margaret Powell- Ai piani bassi

Di solito, quando mi imbatto in un brutto libro che ho scelto da sola, senza farmi condizionare da nessuna suggestione esterna, in scala da 1 a 10 mi arrabbio al massimo 3. L'occhio critico può segnalare una miriade di cose che non vanno, ma non per questo il tono dell'umore ne risente, anzi: da lettrice, so bene che questo è un rischio che fa parte del gioco. Ma visto che leggere è il mio gioco preferito, lo corro , in modo consapevole e talvolta persino divertito. 

Le cose cambiano se le mie scelte sono invece palesemente condizionate: dalla critica, dalle classifiche di vendita, dai risvolti o dalle fascette di copertina, dall'amico marchettaro che si è casualmente imbatutto nell'ultimo capolavoro di turno, "che bisognerebbe farlo conoscere ai tuoi amici". In quel caso, il livello di incavolatura della sottoscritta, sempre in scala da 1 a 10, schizza immediatamente a mille. E poi da lì riparte, a seconda degli stimoli che trova, a mano a mano che la lettura procede e il libro avanza inesorabilmente o nello scatolone del ciarpame da regalare al primo che se lo prende o nel secchio della rumenta- in ogni caso, il più possibile lontano dai miei occhi, che non sia mai che la vista del prezzo di copertina mi riacutizzi il sistema nervoso. 

E' lì che finirà Ai Piani Bassi di Margaret Powell, uno dei libri più brutti che abbia letto dall'inizio di quest'anno a oggi: il fatto che si sia solo al 20 gennaio è una macroscopica attenuante, ovviamente voluta: perchè non è che questo romanzo sia proprio da buttar via: qualche pregio, ad essere onesti, ce l'ha. Ma rispetto alle strategie del lancio pubblicitario, che lo ha presentato come la fonte ispiratrice di Downton Abbey , siamo lontani mille miglia. Perchè- chiariamocelo subito- a dispetto della foto di Highclare Castle in copertina e della fascetta glialla che scandisce a chiare lettere il concetto (caso mai non lo si fosse capito), questo romanzo non ha nulla a che vedere con la serie televisiva: nè l'ambientazione, nè la trama, nè i personaggi- e meno che mai regge l'analogia fra Miss Powell, cuoca mediocre e occasionale, con Miss Patmore, personaggio assolutamente centrato e perfetto, in ogni dettaglio. 

A parziale discolpa dell'editore, va detto che già in Inghilterra il libro è stato presentato così, come la fonte che ha ispirato la serie a Julian Fellowes. In ogni caso, si tratta comunque di una mostruosa forzatura, di cui il lettore inizia a rendersi conto un po' prima della metà della storia, allo stesso punto in cui comincia la parabola discendente, che arriva fino alla fine senza dar mai segno di risalita. 

Il romanzo, come dicevamo qui, è autobiografico: è la storia di una cuoca, messa a servizio da una famiglia troppo povera per poterla mantenere a casa o, meno che mai,  per assicurarle quel minimo di istruzione a cui lei aspirava. Una vita grama, senza dubbio, ma capace di trovare una forma di sublimazione e di riscatto nella scrittura, così come è in effetti accaduto: da umile sguattera, infatti, la Powell è diventata una ricca signora, e questo grazie alla fortuna arrisa a questo romanzo, dato alle stampe nel 1968 e da allora sempre continuamente rieditato. 

Le premesse per aspettarsi una grande storia, quindi, c'erano tutte: di qua il legame con una serie televisiva straordinariamente ben fatta, di là la promessa di una scrittura viva, palpitante, emozionante, quale è da sempre quella degli autori che di queste tematiche si son fatti interpreti, sia che abbiano virato sulle note di una nostalgica ironia, sia su quelle del sarcasmo, sia su quelle della aperta commozione. 

Invece, niente di tutto questo. Di Downton Abbey, nessuna traccia. Le case dove va a servizio la Powell sono tutte dimore modeste o comunque lontanissime dai fasti della magione dei conti di Grantham e lo stesso vale per il personale di servizio: quello  che sarebbe potuto diventare un terreno di indagine privilegiato, intessuto della fitta rete di relazioni che restituisce vita autonoma anche ad una comunità spesso negletta come quella che sta ai piani bassi, si esaurisce in un banale elenco di facce che sbiadiscono alla pagina successiva. Nessun aggancio con il mondo esterno, nessun anelito ad una giustizia sociale che oltrepassi il dato anedottico, nessuna traccia di emozioni, quasi che la protagonista abbia vissuto tutta la sua vita anestetizzata da qualsiasi turbamento, qualsiasi trepidazione, qualsiasi slancio di vero affetto. Anche quando parla della sua famiglia e dei suoi figli, la Powell mantiene sempre questo tono asettico e autocentrato: il matrimonio è visto come l'unica via d'uscita da una vita che non le piace, i figli sembrano semplici accessori, una sorta di scotto da pagare in un susseguirsi di "mali minori" che, alla fine, provocano nel lettore un moto di stizza sincera contro il vero filo conduttore del romanzo, che altro non è che la continua scontentezza della sua autrice, declinata nelle forme più mediocri di una desolante banalità, della trama e dello stile. 

La parte più irritante riguarda ovviamente l'occasione perduta: della Powell, di raccontarci un'esperienza che sarebbe potuta essere straordinaria e del lettore, che avrebbe potuto entrare a farne parte, se ci fossero state le premesse per farlo. A maggior ragione, se si considera il grande interesse dell'argomento: se l'autobiografia è quella di una cuoca, la supposizione più immediata e l'aspettativa più innocente è che il libro pulluli di storie che riguardano il cibo o le cucine: invece, niente di tutto questo- o meglio: solo quel poco che permette all'autrice di continuare a battere sullo stesso tasto, dell'autocommiserazione e del povera me. 

Sia chiaro: che la Powell abbia patito una vita di stenti, nessuno lo nega. Così come nessuno nega che si provi un misto di compassione e di rabbia per la diseguaglianza sociale, di quella e di tutte le altre epoche della storia. Solo che qui stiamo parlando di un romanzo, non di un fatto storico. Vale a dire, del modo in cui si è scelto di raccontare una storia: la Powell lo fa con questo fondo rancoroso che diventa ben presto la pesante zavorra che impedisce alla trama di sollevarsi e di raggiungere quelle vette che di solito ci si attende, quando si parte da queste premesse: in alto o in basso, non fa differenza. Siamo in un romanzo, non nella realtà. E quindi, lo stile non è un accessorio, ma il fondamento e un buon materiale diventa tale nel momento in cui lo si sa raccontare. Cosa che l'autrice sa fare a metà, prigioniera com'è di questo taedium vitae che non la schioda da quei toni piatti e privi di entusiasmo, nemmeno quando parla di cucina. Che è argomento fecondo come pochi, da qualsiasi parte lo si affronti. Vederlo svilire in questo modo, è un doppio colpo al cuore, perchè doppia è la delusione: del lettore e dell'appassionato, destinati entrambi a rimanere a bocca asciutta, a fronte del "piatto ricco" che ci è stato promesso e di cui a noi son rimaste poche briciole e un retrogusto di stantìo di cui avremmo volentieri fatto a meno.

Stephen King- 22/11/63



Fra le date che restano scritte nella storia, il 22 novembre 1963 è di sicuro quella che ha dato vita a più interrogativi, più ipotesi, più teorie: l'assassino del Presidente Kennedy, freddato proprio quel giorno da tre colpi di fucile, sparati da Lee Harvey Oswald, è infatti uno di quegli eventi su cui gravano più dubbi che certezze, tanto che ogni qualvolta qualcuno decide di ritornare sull'argomento, con un libro, un film o un'inchiesta, l'interesse si riaccende, oggi come allora, a dispetto del mezzo secolo trascorso nel frattempo.

Fra i romanzieri contemporanei, quello che suscita più aspettative, più attese, più curiosità è, senza dubbio, Stephen King: i fans si mobilitano, la critica fibrilla, gli editori sanno che, qualsiasi cosa accada, in quel giorno, sarà dell'ultimo romanzo della penna più sorprendente del Maine che si dovrà parlare- e tanto basti, per tutti.

Unite i due fenomeni e potrete quindi avere un'idea dell'atmosfera che ha accolto l'ultima fatica letteraria dello scrittore, intitolata appunto 22/11/63 e dedicata, almeno in apparenza, all'assassinio di John Kennedy: tutti, ne hanno parlato.
Solo che io non me ne sono accorta.
Mi ci son volute delle giustificazioni, belle grosse, per farmi riprendere dal colpo: perchè la scrivente, checché se ne potesse pensare prima di questa rivelazione, adora Stephen King. Più il primo che l'ultimo, ad essere precisi, cosa che presumo accomuni quelli intorno ai miei anni, che sono riusciti nella mission impossible di nascondere It sotto ai Promessi Sposi, di litigarsi l'unico volume di Insomnia in viaggio di nozze, di pagare tre volte l'ingresso al cinema dove proiettavano Shining e non essere mai riuscita a vederlo tutto per intero e di farsi strappare dalle mani- prima e unica volta nella vita- "Misery non deve morire", "e finchè non riprendi colore, figlia mia, 'sto libro te lo nascondo".
Tuttavia, il mio amore incondizionato per Stephen King non nasce dalla produzione horror, ma da un racconto delicato, gentile, intimista, capace di toccare ogni corda della commozione, fino a far male: le mie amiche si raddolcivano sulle foto dei fidanzati, che tiravano fuori dalle pagine dei diari, io incollavo ogni anno sull'agenda l'incipit di Stand by me, per sentirmi viva, ogni volta che la leggevo, e fiduciosa nella vita e nel futuro: perchè se nel mondo c'era un essere umano in grado di risvegliare, con la scrittura, tutti i sensi dei suoi lettori, anche quelli più sopiti e più nascosti, non tutto era perduto. Almeno, non ancora.

Ho citato Stand by me perchè un'eco delle note di questo racconto l'ho ritrovata, perdendomi nelle pagine di 22/11/63. Che è un romanzo che sfugge a qualsiasi etichetta, non essendo nè completamente un romanzo storico, nè completamente un'opera di fantascienza, nè completamente un thriller, nè completamente nulla di qualsiasi altro genere letterario evochi la sua lettura. La trama ricalca il topos del viaggio nel tempo, tipico della Fantascienza classica: il "rabbit hole", la buca del coniglio, che riporta il protagonista alle 11.58 del 9 settembre del 1958, ripropone in termini più eccitanti la teoria del wormhole di Lorentz e si riallaccia ad un filone stra collaudato di letteratura del genere. Solo che King lo fa allaking- o meglio: torna a farlo alla King, confezionando un'opera di tutto rispetto, che avvince dalla prima all'ultima pagina.

Ma andiamo con ordine. Jack Epping è un professore di letteratura, divorziato da una moglie ex alcolista (lui la aiuta nella disintossicazione e lei, per ringraziarlo, si mette con un tizio conosciuto nell'Anonima alcolisti, accusando il marito di insensibilità) che consuma i suoi pasti più o meno solitari, nel locale di Al Templeton, evitato dal resto della comunità perchè troppo economico rispetto alla concorrenza. Un giorno, Al convoca Jack con urgenza, svelandogli di essere in punto di morte e assegnandogli una missione: quella di cambiare il corso della storia, sventando l'assassinio del presidente Kennedy. Questo è possibile grazie ad un passaggio, nascosto nella cantina del locale, che riporta sempre al 9 settembre del 1958. quando si ritorna nel presente, sono passati appena due minuti, qualsiasi sia il periodo trascorso nel passato: ma gli effetti di quello che è stato modificato nel passato, permangono fino ai giorni nostri, con sviluppi tutti diversi, come bene sa Al, che ha sventato un incidente di caccia, permettendo ad una ragazzina destinata a vivere per sempre su una sedia a rotelle di muoversi e camminare fino alla fine dei suoi giorni. Tuttavia, ogni volta che si attraversa la bica del coniglio, tutto viene azzerato e se si desidera modificare il corso del destino, sarà necessario intervenire di nuovo. Il barista ha trascorso nel passato molti anni, ben deciso ad evitare la morte di Kennedy, raccogliendo un dossier di informazioni che consegna a Jack: purtroppo, la malattia contratta in questo periodo gli ha impedito di portare a termine questo compito, che affida quindi a Jack, come sua ultima volontà. Dopo molte titubanze (e due giri di prova, il primo solo esplorativo, il secondo legato ad una missione personale), il protagonista accetta definitivamente- e la storia prende il largo.
L'interrogativo dominante, quindi, il binario lungo il quale dovrebbe snodarsi tutta la storia è quello efficacemtne sintetizzato in quel "se fosse possibile cambiare la storia, tu lo faresti?" che dalla quarta di copertina dice "comprami" al lettore. In realtà, il romanzo è molto di più: un gigantesco affresco dell'America degli anni Cinquanta, anzitutto, in special modo della vita della provincia, nella quale i germi della rivoluzione del decennio successivo sono ancora soffocati da rigurgiti del Maccartismo e dai dettami di un moralismo che, per quanto sempre più di facciata, resta ancora la legge che domina, in quella società. A mano a mano che Jack si cala in questo nuovo ambiente, riscoprendo se stesso e ritrovando la gioia di vivere nell'insegnamento, negli affetti, nell'amore, è come se la storia si sdoppiasse, ramificandosi in tanti rivoli, con la Missione tutta maiuscola che a mano a mano si avvicina, e molte altre, meno importanti sul piano della Storia ma altrettanto determinanti nella vita dei singoli personaggi, che si succedono una via l'altra, assicurando quella tensione narrativa che, in un romanzo così lungo, potrebbe facilmente venir meno.
Alla fine, gli unici a restare insoddisfatti sono quelli che si aspettavano una storia sull'assassino di Kennedy che, invece, risulta essere l'argomento più sbiadito, forse anche più noioso dell'intera impalcatura. Nella post fazione, l'autore sostiene di aver speso anni nella lettura di decine di libri sul tema- e non c'è ragione di non credergli. Ma, di fatto, alll'interno del romanzo la vicenda perde ogni profondità e si riduce ad essere un mero espediente per l'avvio e lo sviluppo dell'intera storia. Peccato? anche no, mi verrebbe da rispondere: perchè l'intento del libro non era un'indagine, nè una denuncia e male han fatto, a mio parere, i critici che si sono soffermati solo sulle aspettative del titolo.
22/11/1963, infatti, è mlto di più di un'analisi di quello che accadde quel giorno: è un romanzo avvincente, calibrato, ben scritto, le cui pagine ora inteneriscono, ora atterriscono, ora commuovono, ora mozzano il fiato. Più che dell'assassinio di Kennedy, la data del romanzo segna il ritorno di King a quella scrittura a cui ci aveva disabituato, nelle sue ultime prove, mitigata da una voglia di tenerezza che è il vero leit motif del racconto, dalla prima all'ultima pagina.

Hardeep Singh Kholi- Indian Takeaway



Sottotitolo: cronaca di un viaggio in India, alla scoperta di se stessi, nel segno del cibo. E non indiano, sia chiaro, ma britannico, scozzese per la precisione.
Già, perchè l'autore di Indian Takeaway, libro comprato al volo in una bancarella perchè "in offerta" e rivelatosi invece una sorpresa piacevolissima, è uno scozzese di Glasgow, nato da genitori indiani, emigrati in Gran Bretagna per assicurare ai loro figli un futuro migliore. Il padre di Hardeep Sigh Kholi è originario del Punjabi, la madre viene da Nairobi, figlia di uno dei tanti Indiani al soldo dell'Impero, mentre tutti i loro figli sono nati in suolo britannico, cresciuti in villette a schiera, fra Sheperd's pie e Vindaloo.
Inevitabile, quindi, che il primo paragrafo del libro sia dedicato alla risonanza tutta peculiare che il termine "casa" (home) ha per gli emigrati di seconda generazione- " la più innocua e la più complessa delle parole. Che dà conforto e disorienta". E non è un caso che il primo ricordo dell'autore sia una sgradevolissima scortesia del buon vicinato, con gli amici del quartiere tutti in casa del vicino e lui solo fuori dalla porta, a meditare sui molti significati che l'essere ospiti in terra straniera comporta.
Da qui in poi, l'autore conduce felicemente la sua esistenza sul doppio binario, fin quando non arriva il conduttore a chiedergli il biglietto- e a chiedergli dov'è che vuole veramente andare. Fuori metafora: chi vuole veramente essere, quali valori deve scegliere, fra la tradizione delle sue origini e quella del Paese in cui è nato e a cui sente di appartenere, sono tutte questioni a cui il quasi quarantenne Hardeep sente di dover dare delle risposte.
Decide quindi di andarle a cercare in India, in un viaggio che è sì della memoria, ma anche della contemporaneità: è un indiano - scozzese che vuole trovare un punto di conciliazione fra le due anime e decide di farlo attraverso ciò che ama di più al mondo, cioè il cibo. Porterà quindi il cibo britannico in India, cucinerà per i suoi parenti e i suoi amici, adattando le ricette al mercato, alle cucine, alle proibizioni religiose e ai palati dei suoi commensali, con un occhio al cibo e un altro a quello che lo circonda, in un dialogo continuo fra passato e presente, fra la Storia e le storie, alla ricerca di una "casa" che, finalmente, declini la diversità nei termini non di un'emarginazione, ma di una vera ricchezza e la trasformi in un ponte per un dialogo e una condivisione che trovano appunto nel cibo la loro espressione più immediata e più piena.
Concetti "tosti", già affrontati mille volte, ma che l'autore qui esprime in modo ironico, divertente, frizzante. D'altronde, da uno che si hciama Hardeep e che ha intitolato il suo programma televisivo, che conduce in kilt e turbante,  Hardeep is your love?, non ci si sarebbe potuto aspettare nulla di diverso, almeno da parte dei fan del personaggio. Ma per me che non lo conoscevo, è stata una piacevolissima sorpresa, che mi ha strappato potenti risate (la scena della meditazione yoga, su tutte) e mi ha lasciato una gran voglia di India, ovviamente, ma anche di una puccetta del sugo del Lancaster pot col naan bread. Per un'integrazione che ci piace, in tutti i sensi.

Diego De Silva- Sono contrario alle emozioni




Mettiamola così: ci sono libri di cui l'umanità potrebbe fare volentieri a meno. Ma ci sono autori a cui ciascun lettore dell'universo mondo, senza esclusioni significative di sorte, tributa il proprio grazie, ogni volta che si imbatte nei loro scritti.
De Silva rappresenta l'anello di congiunzione di questi due estremi: i suoi libri non sono quei capolavori senza i quali tu non saresti quello che sei- e meno che mai lo è quest'ultima sua fatica letteraria, un onesto divertissement in cui la trama è così sottile da trasformarsi in un manifesto pretesto.
Nello stesso tempo, ben vengano questi pretesti, se il risultato è un susseguirsi di singoli pezzi di bravura, che si inanellano l'uno dietro l'altro, tenendoti avvinto alla pagina come se stessi leggendo un romanzo d'azione, ora intenerendoti come sulle pagine di una storia d'amore, ora esplodendo in qualche incontenibile risata- che contieniti, Ale, che davanti a tutti non si fa.
Insomma, se non si fosse capito, a me De Silva piace. Mi piace per questo suo sguardo sul mondo e dentro se stesso, in cui la tentazione del piangersi addosso è sempre tenuta a freno da una pungente autoironia; mi piace per la sua capacità di sdoganare le pecche della mia generazione, quelli con l'Ipod fighetto con dentro le canzoni di Peppino di Capri, con i massimi sistemi di default, che sì, va bene la serata ggiovane a non parlare del più e del meno, ma vuoi mettere il rimbambirsi di chiacchiere esistenziali su tutti i mali del mondo, che da qualsiasi parte si arriva sempre lì- alla tua vita, a i tuoi errori, a quei libri contabili che lo sapevi che era meglio non aprire, ma tant'è. E mi piace per questo scandagliare la "sintassi dei sentimenti" fermandosi sempre al momento giusto- cioè un attimo prima di cadere nell'autocommiserazione o nell'autocompiacimento.
Le critiche dei lettori a questo libro sono state impietose: in assenza di una vera e propria trama, lo si è considerato come un puro esercizio di stile, slegato e sconnesso, volto più ad arricchire le tasche dell'autore che non la mente di chi legge. Al solito, tutto dipende da che cosa si ricerca in un romanzo. Per una come me, che macina km di pagine tutte in fila, con uno stile così piatto che al confronto la Piacenza Brescia son le montagne russe, poter assaporare una prosa cesellata, perfettamente ritagliata sulla situazione (immediata nei dialoghi, sempre felice nelle battute ad effetto, ben dosata nelle introspezioni, sempre capace di sorreggere il contenuto, in un sempre più raro equilibrio fra forma e sostanza) vale qualunque prezzo: anche quello di una trama che non c'è.
Ampiamente compensata dai pezzi sulle canzoni della Carrà (tutti da antologia) o dalla descrizione delle donne in aereoporto, a maggior ragione se la lettura del brano avviene proprio nella sala d'imbarco di uno di questi, dopo che tu hai appena replicato tutti i gesti, nessuno escluso, che l'autore ha appena descritto, in modo così lucido e così bastardo.
Insomma, se non si fosse capito, io di De Silva leggerei pure la lista della spesa. Perchè so che sarebbe una buona lettura. Anche se comprasse i quattro salti in padella....

Amor Towes- La Buona società




"E' la notte di Capodanno del 1937, all'Hotspot, un night club del greenwich Village a New York. In fondo ad una pista da ballo, piccola e vuota, un quartetto jazz suona stancamente. Ai tavoli, una clientela depressa quasi quanto il quartetto. A un tavolo appartato, Evelyn Ross e Katey Kontent ostantano senza problemi la loro giovanile e spensierata avvenenza. Sono arrivate lì per caso, giusto per tirarsi fuori dalla loro camera in affitto e si sono già scolta una buona dose di gin, quando si verifica 'l'apparizione': dritto, alto un metro e settantacinque, capelli castani e occhi azzurri, cravatta nera e bellissimo cappotto di cachemire appoggiato al braccio, compare sulla soglia un giovane uomo: è Theodore Grey, detto Tinker, banchiere a Wall Street, con appartamento al 211 di Central Park, 22 piani con terrazzo, mercedes color argento vivo... in una parola, l'uomo del destino per le ragazze, colui che le condurrà nella 'buona società' della New York della fine degli anni Trenta".
etc etc etc...
Avete presente Il Meglio della Vita?
Ecco: cambiate ambientazione, immaginatevelo scritto da un uomo, per giunta mio coetaneo e non coevo all'epoca in cui la storia si svolge ed avrete una nuova versione di quello che, per me, resta uno dei romanzimigliori letti in questi ultmi anni. (Il meglio della vita, intendo, non questo).
"Nuova" non significa infatti necessariamente "migliore" e neppure "all'tezza di", anzi: a dirla tutta, c'è una bella differenza fra questo romanzo e quello che ho appena ricordato e a cui si ispira: è di nuovo una mia opinione, ma le analogie son così tante che sarebbe francamente impossibile pensare il contrario. E ci sarebbe anche se non facessimo i paragoni, nel senso che La Buona società ha parecchie pecche, dal punto di vista della trama, dello stile narrativo e, non ultimo, della descrizione dei personaggi.
Lungi da me l'idea di sconsigliarne la lettura: i brutti libri sono altri. E questo ha l'indiscutibile pregio di essere avvincente: è solo che non lo fa mai fino in fondo, cosa che ci si aspetterebbe, invece dal tipo di trama scelta: si parla di una scalata sociale, in un periodo di grandi paure, sospeso fra un passato drammatico (con gli effetti del crollo di Wall Street a fare da monito) e un futuro estremamente incerto, con un' Europa che ha smesso di essere solo una terra di emigranti, da lasciarsi al più presto alle spalle, ma che comncia ad essere un luogo concreto, con cui confrontarsi e misurarsi. Questo è lo scenario in cui, di solito, chi ha scelto di giocare la partita, si gioca tutto, fino in fondo, a maggior ragione se la posta in palio è la scalata sociale e se a contendersela sono due ragazze sveglie e squattrinate che sanno bene che il fiore della giovniezza dura ben poco. Con queste premsse ci saremmo aspettate due tipi ben delineati, sia nel bene che nel male, decise nelle loro azioni, cesellate nelle loro caratteristiche. Invece, sembra di bere un cappuccino annacquato dai buoni sentimenti, sempre pronti a saltar fuori ogni volta che la trama ingrana la marcia giusta, col risultato di far arrancare la storia sempre più in salita, lasciando in bocca il retrogusto sgradevole di chi non ha saputo giocarsi bene una bella occasione.
Peccato, perchè l'idea pur non essendo per nulla orginale, è comunque un punto di osservazione privilegiato per sondare l'animo umano (e non sto a scomodare Bel Ami o la recente riscoperta di Julien sorel, perchè naturalmente non è il caso) e anche l'autore, alla sua prima prova, sfodera un curriculum di tutto rispetto, fra lauree a Yale, dottorati sparsi e una passione per il jazz e la storia dell'arte. Non a caso, le cadute non sono sull'ambientazione- che è perfetta- ma proprio sulla scrittura o meglio: sulla capacità di trattare la materia che ha scelto, vale a dire un romanzo di impianto classico, con protagonisti, coprotagonisti, personaggi minori, scenari multiformi, colpi di scena che si innestano sull'asse portante di una trama che tutto ispira e tutto ricapitola. Il che richiede una scrittura sicura- e non tremolante, un piglio deciso, e non impaurito.
Peccato, peccato, peccato.....

Joel Dicker- La verità sul caso Harry Quebert


E' il caso editoriale dell'estate, probabilmente lo sarà anche dell'anno, considerato il piattume che ha contraddistinto le pubblicazioni di questo 2013, almeno finora e lo segno nei libri da leggere perchè, nonostante i mille difetti, ha comunqueil pregio di tenere avvinghiato il lettore dallaprima all'ultima pagina. E' un giallo di stampo classico, con un'indagine che si riapre a distanza di decenni, a causa del ritrovamento fortuito del cadavere della vittima nel giardino del mentore della voce narrante e che innesca una serie di colpi di scena, in un procedere parallelo delle ricerche della polizia (tutte sbagliate) e di quelle del narratore (tutte giuste). Lo sfondo è quello un po' asfittico di una piccola cittadina della provincia nordamericana, nei cui armadi sono appesi tanti scheletri quanti sono gli ostacoli che si frappongono alla ricerca della verità e le immagini stereotipate- dal campus al fast food- sono comunque ravvivate da una trama originale e, per certi versi insolita, visto che l'argomento attorno al quale tutto ruota è qualcosa di poco battuto, come il mestiere dello scrittore. 
E questo, ahimè, è il vero punto debole del romanzo: un plot fortissimo, un'infilata di idee vincenti- ed è scritto da cani. Con tutto il rispetto per i cani, sia chiaro. Ma uno stile così sciatto, una ricerca così ingenua, a tratti anche volgare, della vivacità dei dialoghi, una sequela di occasioni mancate come quella che si è snodata lungo le quasi 800 pagine del libro (ovviamente, troppe) erano anni che non mi capitava di incontrarla. E non mi si venga a dire che l'autore è giovane e che si fatà- perchè gli espedienti perchè ciò non accada li hanno già messi tutti in atto: d'Orrico, sul corriere, dice che "dopo questo romanzo, il romanzo contemporaneo non sarà più lo stesso e nessuno potrà far finta di non saperlo"; l'huffington post si lancia in un'interpretazione dotta sulla fatica di scrivere, francamente fuori luogo, tanto quanto aver definito "noir" un romanzo che di nero non ha assolutamente nulla; infine, ci sono le classifiche di vendita, che vedono svettare  La Verità sul Caso Harry Quebert più o meno in tutta Europa. Intendo dire, chi glielo farà fare, al buon Joel Dicker, di iscriversi ad un corso serio di scrittura?
Peccato, perchè nelle mani di una Vargas (o di un Ed Mc Bain o di un Cornell Woolrich, se vogliamo virare sul noir) un'idea del genere sarebbe sfociata in un capolavoro assoluto. Invece, rende solo ricchissimo il suo autore ;-) e finisce su menuturistico, fra le letture da ombrellone. Perchè lo consiglio, sia chiaro, ma in uno scenario vacanziero e rilassato, da bagnasciuga, creme solari e, a turbare la quiete, qualche ciottolo portato a riva dalle onde. Che le pietre miliari, si sa, son ben altre..

Aimèe Bender- L'inconfondibile tristezza della torta al limone



cos'è che si diceva, giusto ieri, di libri con un plot fortissimo e una scrittura pessima, che finscono comunque per tenerti avvinghiata alle pagine, dalla prima all'ultima riga? Ecco: invertite l'ordine dei fattori e il risultato non cambierà. Almeno, non se il romanzo in questione è L'Inconfondibile Tristezza della Torta al Limone, ultima fatica di quella Aimèe Bender che si era conquistata l'amore del pubblico anni fa, con l'altra meravigliosa chicca di Un segno Invisibile e mio. A distanza di dieci anni, l'autrice ritorna con questa storia che ruota attorno ad una bambina, Rose, che a nove anni si accorge all'improvviso che il sapore del cibo è cambiato: le ci vorrà un po' di tempo per capire che è il sapore dei sentimenti delle persone che lo hanno preparato, quello che sente e che trasforma una fetta morbida e profumata di una torta al limone in un disgustoso concentrato di tristezza sorda e antica, e questo darà il via ad una trama fatta di piccoli e grandi segreti,in un inno delicato e gentile al male di vivere che definisce tutti i protagonisti della storia.
Fosse stato Stephen King, ne avrebbe fatto un horror straordinario. Siccome,invece, è la Bender, ecco venir fuori un viaggio nei sentimenti, o meglio: una degustazione dei sentimenti, che investono la bambina al primo morso, senza alcun filtro e che lei impara, giorno dopo giorno, a scindere e a scomporre, unico antidoto ad un travolgimento altrimenti fatale. Accanto alle emozioni, ci sono le verità nascoste, segreti che vengono svelati alle papille di Rose e che, di nuovo, la protagonista deve imparare a gestire e che imprimono un'accelerazione forte ad un processo di crescita che la rende immensamente diversa dagli altri e immensamente cara.
Al centro della trama, un'altra rivelazione sconvolgente, su cui è d'obbligo tacere. Laddove invece mi diffondo ancora un po' è sulla perfetta concezione dell'opera, che non ha sbavature di alcun genere- cosa difficilissima, trattandosi di materia rischiosa come i sentimenti umani. Aver affidato il racconto ad una bambina è un espediente intelligente, che scherma da possibili cadute nella retorica e semplifica, quasi scarnfica, questioni complicate come il tradimento e la diversità: non so su quali romanzi si sia formata la Bender, ma se dovessi scegliere fra Il Buio oltre la Siepe e Il Giovane Holden punterei qualcosa sul primo, da tanto Rose mi ha ricordato Scout, nel suo approccio diretto e limpido ai problemi dell'umanità e del mondo. Che, questa volta, si spinge fino ai confini del soprannaturale, in un magistrale equilibrio fra razionalità e mistero, fra ordine e disordine, fra tranquillità e terrore- e non è un caso che abbia citato King, all'inizio, visto che ce l'ho avuto in mente dalla terza pagina in poi. Ma se King non avrebbe esitato a virare nel recinto della paura, la Bender sprofonda nell'abisso del sentimento, sezionandolo con la precisione di un sommelier e trascinandoci con lei in questo modo diverso di vedere le cose, in un coinvolgimento che smette da subito i panni dell'estranietà e ci rende tutti compagni di Rose nel percorso su cui l'ha spinta la vita: deformato e deforme, ma non per questo meno profondo e vero.
Da ombrellone e da fazzoletti.
Alla prossima puntata
Ale

lunedì 7 gennaio 2013

Tarquin Hall- Vish Puri

Ovvero: come cascarci di nuovo.
Precisiamo. Il povero Vish Puri c'entra solo fino a un certo punto, perché la sua parte, a suo modo, la fa: meglio nel finale che per il resto del libro, ma alla fine si resta comunque desiderosi di sapere chi sarà il colpevole e questo, per un libro giallo, è già un bel merito.
Il problema, ancora una volta, sono i recensori- e, nel caso in questione, TuttoLibri di LaStampa che sta alla sottoscritta come la stella polare ai naviganti. Per cui, quando ho letto che l'otto settembre sarebbe uscito un romanzo con un nuovo personaggio, un investigatore indiano amante della buona cucina e del metodo d'indagine classico, come si poteva intuire sin dal titolo, da buona gialllista orfana di cotanti Padri ho iniziato a fare il conto alla rovescia dei giorni che mi separavano dalla fatidica data. E quando questa è arrivata, puntuale come un orologio, me ne sono completamente scordata.
L'ho recuperato qualche settimana fa, nella consueta pausa pranzo in libreria, ed ho iniziato a leggerlo tutta speranzosa, zittendo le consuete richieste della creatura perché , se è vero che in casa nostra vige l' Ubi Minor, Omnia cessant, qualche volta anche no. E quindi, che mi lasciasse in pace, a godermi 'sto po'po' di capolavoro.
Siccome saprete già com'è finita, passo subito ad elencarvi quelli che per me sono stati i punti deboli del romanzo

1. il primo è la mancanza della tensione narrativa: a costo di essere noiosa, questo è uno degli elementi fondamentali di un giallo, se non addirittura il più importante. A titolo di esempio, tanto per citare nomi illustri, non sempre le trame della zia Agatha o di Rex Stout o di Ellery Queen filano via lisce come l'olio: si tratta naturalmente di eccezioni, ma è indiscutibile che ci siano state. Tuttavia, la magistrale tensione narrativa della scrittura ha supplito alle pecche del plot, sì da far chiudere un occhio su queste ultime. Nella storia di Vish Puri, invece, succede il contrario: la trama tene, la scrittura no. Questo per colpa del continuo intersecarsi di vicende parallele ma estranee alla principale che di fatto "divertono" il lettore, nel senso che lo distraggono di continuo, per giunta interrompendosi non sul più bello, come qualsiasi telenovela insegna, ma in un modo talmente casuale che se proprio non si cade nella noia, quanto meno la si sfiora, e pure più volte

2. accanto alla mancanza di tensione narrativa, mancano anche i tempi comici:l'autore ha l' ambizione di coniugare il plot del giallo classico con la verve comica, in un connubio che, se felice, porta a risultati a dir poco esilaranti- e Donald Westlake ne è l'esempio più alto. Qui, invece, si scade subito nel patetico, con battute infelici che, non essendo sorrette da quell'abile crescendo che prelude alla risata, si ammosciano tristemente in veri e propri flop

3. la vera occasione perduta del libro è però l'ambientazione: il romanzo si svolge nell'India dei nostri giorni, in una società dove gli atavici contrasti sono portati al'estremo dall'adesione alle nuove regole del mercato, ispirate a logiche tanto spregiudicate quanto opposte ad un pensare comune, stratificatosi in una cultura millenaria: un argomento, quindi, di estremo interesse e d uno scenario che avrebbe potuto offrire milioni di spunti, anche di natura sociale. Non c'è dubbio che Tarquin Hall - che prima di questo libro faceva il giornalista esperto in reportage sull'Africa e l'Asia- conosca la realtà indiana e descriva in modo preciso la svolta di questi anni. Tuttavia, resta in superficie, senza penetrare nelle ferite che cambiamenti così repentini e su binari così estranei al sentire comune hanno inferto al popolo indiano. Il suo racconto, cioè, non oltrepassa i limiti di un banale resoconto, quale si riscontra spesso in osservatori esterni, strutturalmente incapaci di sintonizzarsi sulla mentalità, le credenze, le abitudini di vita di una cultura ricchissima e complessa come quella indiana.

4. Infine, la nota più triste è l'ambizione di parodiare ora Poirot ora Nero Wolfe, senza capire che non è un paio di baffi o una incontenibile golosità che possono esaurire l'analogia con tali maestri. Senza contare che anche questi due dettagli stonano con i loro modelli illustri: dei baffi di Vish Puri si parla nelle prime pagine del libro, per poi dimenticarsene completamente, evocando per contrasto la cura maniacale che Poirot ha dei suoi e che costuisce un tratto peculiare del personaggio; e Nero Wolfe è tutto fuorché goloso: la raffinatezza della sua profonda cultura gastronomica che ha fatto dei suoi libri una sorta di trattato della cucina che non sfigura accanto ai testi classici, e soprattutto la straordinaria abilità descrittiva di Stout, grazie alla quale il lettore percepisce profumi inebrianti e sapori squisiti, in un magistrale connubio fra tecniche sopraffine ed equilibrio degli ingredienti, non può essere svilito nel crasso appetito dell'investigatore indiano, che si fionda nelle bettole e divora cibo di strada.

Tuttavia, qualche elemento positivo il libro ce l'ha ed è per questo che ci sono speranze che l'autore possa crescere, sviluppando i suoi pregi: il netto miglioramento nel finale, per esempio, dove si scopre con piacevole stupore che la capacità di risvegliare l'attenzione dell'autore e soprattutto di mantenderla desta c'è, eccome; il plot narrativo che regge benissimo, senza nessuna smagliatura, pur discostandosi dai modelli a cui dichiaratamente si ispira; infine, seppure appena abbozzato, il quadretto dei rapporti interfamiliari con la moglie e con la madre , che costituisce un momento felice della narrazione,insieme al tratteggio psicologico di alcuni personaggi, spesso marginali.
E' a tutto questo insieme di pregi che si deve l'inclusione del romanzo nell'ambita classifica dei libri così e così, insieme ad un invito a leggerlo (meglio se preso in prestito in biblioteca o da qualche amico, destinando i 18,50 euro del prezzo di copertina ad altre letture): se non altro, per non perdere il gusto di discuterne qui.
Buona domenica
Alessandra

Camilla Lackberg- La Principessa di ghiaccio


I legge di Raravis :
Quando una qualunque casalinga, di qualsiasi parte del mondo, si alza dal letto, di solito prepara la colazione, riordina le camere, mette su una lavatrice.
Eccezione alla I legge di Raravis:
Se è una casalinga svedese, scrive un libro giallo.


Credetemi: ci ho provato.
Ho provato ad abbassare le aspettative, ad illudermi che quello che avevo fra le mani fosse un libro giallo, a convincermi che se era al secondo posto nella classifica del best sellers in Italia c'erano milioni di validi motivi e che semmai ero io ad essere quella troppo esigente, troppo cattiva o troppo snob.
Non ce l'ho fatta.
E, quel che è peggio, non sono neanche riuscita a scrvere una rece degna di questo nome: e mentre stavo già disperando, di fronte al tanto strazio ed al mio spirto anelo, venne una man dal cielo e zac! mi è venuta l'ideona: anzichè dannarmi l'anima qui sopra, lascio la Parola a Lei, la Signora Camilla Lackberg, faccia paffuta e braccia rubate al marketing - stando alla terza di copertina- nota al mondo intero per aver scalato le classifiche di vendita con La Principessa del Ghiaccio e per aver provocato un moto perpetuo alla bonanima dell'Agatha Christie- detta "la trottola", da quanto ormai si rivolta nella tomba...


Vi sintetizzo la trama, in poche righe: la protagonista, che si chiama Erica, è una biografa di successo, a cui capita in sorte di trovare il cadavere della migliore amica d'infanzia. Siccome siamo in un paese a nord della Svezia, che si regge sull'industria delle aringhe, ed è pieno inverno, il cadavere della vittima è ovviamente surgelato: non a caso, il titolo del libro è "La Principessa di Ghiaccio". Se il cadavere fosse stato quello di un uomo, avremmo avuto "Il Capitan Findus".

Siccome la ragazza è stanca di raccontar storie che hanno come protagoniste altre donne e non lei, decide di approfittare della richiesta dei genitori della vittima, che la pregano di scrivere un articolo sulla figlia scomparsa, per dare una svolta alla sua carriera e votarsi alla true story . E così, si mette ad indagare, scombina la quiete del paesino, tira fuori scheletri da vecchi armadi, rovina famiglie, trova l'ammmore e con lui viene a capo dell'inghippo che, per la cronaca, si capisce grosso modo a pag. 50, appena finiscono le manfrine.

Anche il lettore più benevolo, converrà con me che siamo di fronte ad una trama banale, con meccanismi narrativi erosi dal troppo uso ed un'ambientazione che sublima alla massima potenza il de ja vu ( tanto per dirne una: indovinate un po' dove si trova il cadavere della vittima???? ). Ma è qui che si vede il genio dell'artista, il tocco di uno stile inconfondibile, il sottile passaggio dall'intelletto all'intuizione che fa sì che una materia antica risorga nello splendore di vesti nuove, tutte tempestate di preziosi, di brillanti e-ahinoi- di vere e proprie perle...


Ascelle/Pulizia personale

Assieme alle mutande, sono il topos ricorrente dell'intera storia. In quasi 500 pagine di sudate, sotto la neve e sotto le lenzuola, la doccia viene nominata una sola volta, quasi che una tradizione millenaria di saune et affini possa essere cancellata con un colpo di spugna- unico, oltretutto

"Sentendo di avere gli occhi cisposi, Erica si affrettò ad andare in bagno a darsi una lavata alla faccia. Si mise gli stessi vestiti del giorno prima, si diede una veloca spazzolata e una passatina di mascara" (p. 78)
"la prova abiti e lo stress emotivo l'avevano fatta sudare sotto le ascelle. Con un profondo sospiro, si diede di nuovo una lavata" (p. 250)
"in bagno, si lavò sotto le ascelle e mentalmente ringraziò di essersi depilata la mattina mentre si faceva la doccia" (p. 194)

In compenso, però, viene indicato un metodo alternativo per provvedere all'igiene personale, per quanto esposto a non trascurabili rischi...

"la spalatura della neve lo aveva fatto sudare fino alle mutande, così cercò di sollevare un po' il tessuto della camicia per farsi un po' d'aria" (p. 336)

Disturbi vari

In un thriller d'azione, fatto anche di momenti di concitazione e di violenza, l'unico personaggio che riporta un danno dalla cintola in su è una bambina. Per il resto, sembra di stare in una puntata di Elisir dedicata ai disturbi della terza età:

" La neve doveva appena essere caduta sulla città, perchè la coltre bianca copriva ancora l'erba. In genere, a Stoccolma bastavano un paio di giorni perchè si trasformasse in una poltiglia grigiastra. Dopo aver appoggiato i guanti su una panchina, ci si sedette sopra. Con la cistite non c'è da scherzare, ed era l'ultima cosa di cui aveva bisogno in quel momento" (p. 104)


"Il banco era duro e scomodo ed Erica cominciò ad avvertire un fastidioso dolore alla zona lombare. Per fortuna, la cerimonia si concluse abbastanza rapidamente" (p. 107)

"Come su appuntamento il suo stomaco si fece sentire (p.25)"
" Il suo stomaco protestò" (p. 49)

Vista l'insistenza, è probabile che ci fosse anche qualcun soro, a ben pensarci...


Candele


Rappresentano il passo successivo ai disturbi della terza età- e difatti l'autrice le dissemina ovunque: riscaldano l'ambiente, lo profumano, lo rendono seducente ed intrigante, con le loro luci soffuse e, addirittura, migliorano la bellezza femminile. A patto che il malcapitato di turno non sia scaramantico e abbia un debole per il fascino ala Morticia...

" non c'era niente che giovasse all'aspetto di una donna come la luce delle candele, aveva letto da qualche parte, e così ne aveva accese in abbondanza" (p. 255)

Abbigliamento

Se, fino ad oggi, eravate fra quelli che guardavano alla moda svedese dall'alto in basso, beh, è giunto il momento di ricredervi: perchè in Svezia le griffe internazionali, non solo si indossano, ma addirittura si fondono...

"era vestito casual, con dei Chinoise perfettamente stirati e una camicia azzurra Ralph Laurent" (p. 40)

Etichetta


Se vesti Ralf Lorànt non puoi certo permetterti di non conoscere le buone maniere, anzi. E se scrivi di gente che veste Ralf Lorànt, devi armarti di santa pazienza per spiegare alla plebaglia dei tuoi lettori che nei quartieri alti si fa così. Ecchissenefrega se a voi la mamma vi ha sempre detto di comportarvi all'esatto opposto: ce l'avete il Ralf Lorànt, voi? Nooooo? E allora, zitti e prendete appunti

" lottò invano, per cercare una posizione comoda sul divano bellissimo ma spartano. Alla fine, si sistemò sul bordo e bevve cauta il caffè, servito in minuscole tazzine. Avvetrtì un fremito al mignolo, ma resistette all'impulso di sollevarlo: quelle tazzine sembravano fatte apposta, ma sospettava che sarebbe parso un gesto più caricaturale che spontaneo" (p. 41)

Se fino a ieri pensavate che salutare qualcuno con due baci sulla guancia fosse un gesto naturale e spontaneo, beh, sappiate che vi siete sbagliati. Qui c'è tutto un rituale, fatto di mossette, finte, assalti e affondi che al confronto il Manuale del Perfetto Schermidore è un testo di Statica. Ed è solo dopo che lo avrete appreso alla perfezione, che potrete ritenere conclusa la vostra arrampicata alla scala sociale: d'altronde, non è mica un caso che Dracula fosse un conte...

" Birgit ed Henrik si salutarono avvicinando le guance e baciando l'aria, dopodichè toccò a Erica ricevere lo stesso trattamento. Non era affatto abituata a quella usanza ed era un tantino preoccupata di cominciare dal lato sbagliato. Invece, superò elegantemente la prova" (p. 80)

"Quando Erica tese la mano, Nelly la ignorò e avvicinò invece il viso al suo, baciando l'aria ai lati delle guance. Erica questa volta sapeva da quale ato partire e si sentì quasi mondana" (p. 134)

E infine, ogni volta che siete state prese da impulsi omicidi quando i vostri figli hanno sciorbettato il brodo, macchiandovi la tovaglia e la coscienza, non avete fatto altro che rivelare le vostre origini bassamente plebee, miei cari. Se foste nati nei quartieri alti, infatti, vi sareste comportati in ben altro modo:

"la conversazione scorreva lenta ma cordiale. Nelle lunghe pause si sentivano solo il ticchettio regolare di un orologio e il loro educato sorseggiare il tè bollente che era stato servito" (p. 128)

Su, su, un bel ruttino....


Calzini

E' inutile che ci si giri tanto intorno: è l'arma della sorpresa, quella che fa lo "scrittore di gialli". E se qualcuno la usa celandola in un sapiente dosaggio dei tempi e qualcun altro nascondendola dietro la tensione della suspence, la Camilla la incarna nel calzino che, da capo negletto e deprimente di tutti gli armadi del mondo (Germania esclusa), si sublima nell'incarnazione dell'intelligenza e delle virtù amatorie di Patrick

"prese mentalmente nota del fatto che neve più scarpe basse significava calzini sgradevolmente bagnati" (p. 344) "la cosa peggiore fu accorgersi che aveva ancora ai piedi i calzini... difficile essere un dio del sesso con dei calzettoni di spugna bianchi marcati U.S. Tanumshede ai piedi" (p. 271)

A questo punto, fatemi la cortesia di non iniziare a dire che se uno è tanto sveglio, col cavolo che gira in mocassini e calzini nella neve e che se mai c'è un modo per riuscire a resistere a George Clooney è quello di pensarlo nudo dalla caviglia in su perchè non possiamo farci riconoscere ogni volta, insomma: forse che non si è capito già dalla prima pagina, che siamo di fronte alla "nuova Agatha Christie dalla Svezia????

Mutande

Sono le vere, uniche, incontrastate protagoniste della storia, declinate in tutte le forme, dal perzioma, allo slip bianco di pizzo, alla mutandona della nonna rinforzata, nessun modello escluso: quando si dice mutatis mutandis...


"si guardò intorno nella stanza per accertarsi che non ci fossero mutande usate in giro. Una sloggi da tutti i giorni avrebbe fatto passare la voglia a qualunque uomo" (p. 250)

"il primo dilemma si era presentato dopo la doccia, quando, non diversamente da Bridget Jones, la sue eroina preferita, si era trovata ad affrontare la scelta delle mutande. Meglio optare per un bel perizoma di pizzo, nella remota eventualità che lei e Patrick finissero a letto?Oppure per le orrende mutande rinforzate per comprimere pancia e sedere, che avrebbero considerevolmente aumentato le probabilità che succedesse qualcosa? Era una scelta difficile ma, tenendo conto della prorompenza della pancia, dopo aver poonderato a lungo, preferì la variante rinforzata. Sopra, ci finì un paio di calze contenitive: in altre parole, artiglieria pesante " (249)


Reggiseni/Scollature

Potevano mancare? certo che no...

"Erica si accorse che lo sguardo del cognato era sceso verso la sua scollatura e si strinse istintivamente nella giacca. Lui percepì quel gesto, cosa che la irritò. Non voleva mostrargli di essere in qualche modo condizionata da lui" (p. 103)

Il primo che dice che voleva solo mostrargli le tette, è bannato da menuturistico, per sempre

" il chiletto che si era equamente suddiviso tra i due seni, faceva sì che dalla scollatura del vestito, si intravvedesse una fessura non male. Certo, un po' aiutata da un push -up, ma tali ausili erano ormai diffusissimi. Quello che indossava, tra l'altro, era dell'ultima generazione, con il gel nelle coppe, il che conferiva al petto un dondolio molto naturale. Una chiara dimostrazione dei successi della scienza al servizio dell'essere umano" (p. 250)

Ve l'immaginate la scena?
" che modello di wonderbra preferisce, signora? Il "Galileo" o il "Focault"?
"mi dia il Focault: col Galileo, "eppur si muove"....

"si protese in avanti per prendergli il piatto e ne approfittò per chinarsi un tantino più del necessario; tanto valeva giocare tutte le carte che aveva a disposizione. A giudicare dall'espressione di Patrick, quello che aveva appena calato era un bel tris d'assi. Le 500 corone pagate per il Wonderbra erano state ben spese" (p. 257)

Quando si dice "chi più spende..."

Romanticherie


Se non c'è un pizzico di romanticismo, che storia d'amore è?
Lo sanno bene i golosi dei baci perugina, i discepoli di Federico Moccia, le estremità congelate dei Valerio Scanu. Poteva non saperlo la Camilla?

"Patrick cominciò a slacciarle i bottoni della camicetta con sguardo interrogativo. Lei gli diede il suo tacito assenso sbottonandogli la camicia. D'un tratto, si rese conto che la biancheria che aveva scelto non era quella che avrebbe preferito mostrare a Patrick la prima volta... il problema era come sfilarsi calze contenitive e mutande rinforzate senza che lui le vedesse. Si tirò su all'improvviso "Scusami, devo andare un attimo in bagno" (p. 264)

L'uomo è i suoi bisogni- Ludwig Feuerbach
"maldestri e incerti su cosa piacesse o non piacesse all'altro, non si sentivano sufficientemente sicuri per domandarlo e così con piccoli suoni gutturali indicavano cosa funzionava e cosa invece doveva essere aggiustato" (p. 265)

Dall'homo erectus all'homo idraulicus- Charles Darwin


"pur sospettando di avere un alito orrendo, Patrick non potè fare a meno di protendersi in avanti e baciarla" (p. 267)

"io ce l'ho profumato"- Mental

"si baciarono teneramente. Dopo un attimo, però, lo stomaco di Patrick brontolò tanto forte che lo presero come un invito a portare i sacchi in cucina"

prima di lanciare al galoppo la vostra fantasia, i sacchetti sono quelli del supermercato


Sesso e Ammore

"lo guardò. Lui la stava osservando molto intensamente e sotto il suo sguardo si sentì scaldare tutta. Qualcosa scattò. un istante di intensità assoluta. Prima che Erica si rendesse conto di quanto le stava accadendo, Patrick era accanto a lei. Dopo un attimo di esitazione, le premette le labbra suelle sue...il corpo fi attraversato da una specie di scossa elettrica" (p. 264).

La vittima è la Principessa di Ghiaccio
L'investigatrice è la stufetta.

"la prima volta non fu straordinaria, come invece si legge nei romanzi d'amore...la seconda volta andò però decisamente meglio e la terza risultò del tutto accettabile. La quarta andò molto bene. La quinta fu fantastica... si addormentò con il sorriso sulle labbra" (pp. 265-266).

Ditemi che era una paresi, vi prego...

"Gli scompigliò i capelli con la mano e lui lo interpretò come un segnale. Si gettò su di lei e la inchiodò al divano" (p. 449)

Dall'homo idraulicus all'homo faber.


Similitudini ardite

" Erica si sentiva come se avesse afferrato una ramazza mentale" (p. 295)

SE SOLO QUALCUNO OSA FARE IL BENCHE' MINIMO COMMENTO...etc etc etc

Battutone

... anche perchè alle malizie argute e alle blande allusioni ci pensa già l'inefabile Camilla...
"E nella vita, cosa fa? Non dirmi che è un artigiano, ti prego. Sarei invidiosissima. Ho sempre sognato il vero sesso artigianale"
"No, non fa l'artigiano. Fa il poliziotto, se proprio vuoi saperlo"
"Il poliziotto, caspita! un uomo dotato di sfollagente, in altre parole... beh, mica male neanche quello.." (p. 378)


E infine, a degna conclusione di siffatto capolavoro, anche La Pricipessa di Ghiaccio non si sottrae alla sua missione di dare al mondo il suo messaggio: e lo fa con una riflessione profonda, originale, da donna sensibile che non dimentica tutte le donne ed anzi ha per loro calde parole di speranza:

"sicuramente, era una vita che non mangiava per mantenere la linea imposta dalla moda, senza però rendersi conto che l'esilità, che può risultare gradevole quando è accompagnata dalla naturale morbidezza della gioventù, non ha lo stesso effetto una volta che l'età ha lasciato i suoi segni" (p. 116)

Grazie di esistere
Alessandra

Del furor d'aver libri...Glauser, Gimenez Bartlètt e Ali


Tre libri, stasera: e non perchè sia stata presa da una insana voglia di smaltire gli arretrati, quanto per il denominatore comune che li lega, pur nella loro diversità. Per puro caso, li ho letti quasi uno di seguito all'altro e il confronto è stato, gioco forza, inevitabile, segnando per giunta un confine ben marcato fra chi ha vinto la sfida, chi c'è riuscito a metà e chi, invece, è naufragato nella sua presunzione, in un folle volo verso uno dei cimenti più ardui per chi voglia scrivere un romanzo: vale a dire, la padronanza di una materia composita, variegata e in apparenza sconnessa, quale è appunto quella scelta da ciascun autore come argomento della propria storia. E' una sfida "alta", di quelle che mettono a nudo le tue capacità e i tuoi limiti, tanto che sono molti gli autori che preferiscono non raccogliere il guanto. I tre che seguono lo hanno fatto con esiti che a me sono parsi differenti, l'uno dall'altro, a conferma della difficoltà dell'impresa e dell'alto valore della posta in gioco


F. Glauser, Il Tè delle Tre Vecchie Signore

Ci credete se vi dico che non so ancora se questo libro mi è piaciuto o no? Quello che so per certo è che, pur essendo stato di difficile lettura, non mi ha mai fatto venire voglia di abbandonarlo: il che è cosa buona, indizio della percezione di un'opera degna di essere letta, da una parte, e della scarsissima preparazione letteraria della sottoscritta, dall'altra. Eppure, erano anni che desideravo comprarlo, attratta com'ero dal titolo e dalla casa editrice, in assoluto quella che preferisco per la raffinatezza delle scelte, la capacità di scoprire talenti e di proporre vere e proprie chicche, altrimenti destinate a giacere nei cassetti di chissà quanti altri editori. Ed è proprio per festeggiare il suo quarantesimo compleanno che la Sellerio ha deciso di ripubblicare i venti titoli più emblematici della sua storia, da Sciascia a Camilleri, a cui va il merito di aver risollevato dal rischio di fallimento i coniugi Sellerio, consentendo ai mitici libretti blu di tornare a riempire gli scaffali delle librerie.
Glauser, dicevamo: un autore svizzero, considerato il padre del giallo elvetico, riscoperto a seguito del grande successo di Durenmatt, di cui fu il maestro e dal quale, però, venne oscurato. Non a caso Sciascia, sul risvolto di copertina, fa notare l'anomalia e cerca subito di metterci una pezza , ricorrendo al consunto paragone con Simenon e con Maigret che, mai come in questo caso, è fuori luogo. "Il tè delle tre vecchie signore", infatti, è una divertente e datatissima storia di spionaggio, nei toni ingenui e un po' enfatici che tanto affascinavano il pubblico degli anni '30, che vede qui soddisfatte tutte le sue aspettative: personaggi surreali che celano la loro vera identità chiamandosi "numero 72" piuttosto che "colonnello," ambientazioni che spaziano dalla sontuosa dimora del politico inglese al rifugio spartano della spia russa, la prorompente presenza della magia nera, una rutilante storia d'amore, l'eroina con i pantaloni e i capelli alla maschietto, gli affondi nella nuova scienza della psichiatria e, a far da filo conduttore, una serie di cadaveri disseminati qua e là. Insomma, un'accozzaglia di argomenti che sembrano la traduzione in prosa di quei gabinetti delle meraviglie che appagavano le smanie di collezionismo in voga qualche secolo fa, nei quali i pezzi di pregio finivano per essere confusi fra paccottiglie e cianfrusagli di ogni genere. In tutta onestà, non escludo di aver completamente sbagliato approccio alla lettura, convinta com'ero che si trattasse di un giallo di impianto classico: anzi, a ripensarci, sono certa che se lo avessi letto con uno spirito diverso, meno imbrigliato nelle aspettative di genere, me lo sarei goduta infinitamente di più, magagne o non magagne. Quasi quasi lo rileggo, cosa dite?


Alicia Gimenez- Bartlett, Riti di morte

Ancora la Sellerio, ancora un'altra operazione editoriale: dopo Camilleri e Carofiglio, tocca ad Alicia Gimenez - Bartlétt l'onore di veder ripubblicati i suoi romanzi in volumi unici che raccolgono, a gruppi di tre e in ordine cronologico, l'opera omnia di questa autrice spagnola, nota in tutta Europa per aver creato una delle coppie investigative più strampalate e simpatiche della storia del giallo, vale a dire l'ispettrice (ispettore??) Pedra Delicado e il suo vice, Fermin Garzòn. A proposito di questo libro, qualche giorno fa vi dicevo che la prima volta che lo avevo letto, non mi era piaciuto granchè o meglio: non mi aveva fatto "nè caldo nè freddo", come si suol dire. Oggi, invece, lo trovo un bellissimo romanzo, prima ancora che un bellissimo giallo, tanto che fatico a parlarne in poche righe, tali e tanti sono gli spunti su cui si potrebbe riflettere e discutere. La spina dorsale è un'indagine poliziesca: Barcellona è tenuta sotto scacco da un violentatore seriale, che marchia le sue vittime con una sorta di fiore e che, nel giro di poco tempo, getta la città nel panico. Al caso viene affidata l'ispettrice Pedra Delicado, che da poco è entrata in Polizia dando una brusca virata alla sua vita, rinunciando al prestigio di uno studio legale ed agli agi di una borghesissima vita matrimoniale per immergersi in una realtà meno patinata ma più vera, nella quale può finalmente riconoscersi e ritrovarsi. Finita dritta a scartabellare in archivio, Pedra viene recuperata come tappabuchi per l'indagine (nel suo commissariato sono tutti o malati o in ferie) e, a completare l'opera, le viene assegnato come vice Fermin Garzòn, un poliziotto alle soglie della pensione, una sorta di manovale delle forze dell'ordine, solo, sensibile e rassegnato a non chiedere nulla alla vita. Che i due, all'inizio, facciano scintille è tutto nelle premesse, che si sviluppano in un rapporto prima di reciproca tolleranza e poi di progressiva conoscenza, fino a trovare un punto d'incontro fra la scorza ruvida di Pedra e la sommessa rassegnazione di Fermin, secondo un copione consolidato ma che, sotto la penna della Gimenez- Bartlett, non scade mai nel banale o nel ripetitivo. Nulla, a dire il vero, è banale e ripetitivo, in questo romanzo- non i personaggi, non l'angolazione con cui si narra la storia e non la Barcellona in cui tutto si svolge, colta a tal punto in ogni sua sfaccettatura da svestire i panni statici del semplice scenario per diventare una sorta di basso continuo, capace di modularsi in modo così naturale sui personaggi e sulle situazioni da costituire essa stessa un personaggio vivo ed essenziale alla storia.
Definire Riti di Morte un romanzo giallo sarebbe sbagliato: non riduttivo, non fuorviante- sbagliato e basta. L'indagine, infatti, è solo una voce di una partitura più ampia, che l'autrice sa dirigere con sicurezza e con maestria, alternando al ritmo incalzante dell'azione quello pacato della riflessione e passando disinvoltamente dal piano della narrazione dei fatti a quello dell'introspezione dei pensieri. Il tutto, senza mai sbagliare un attacco, con un dosaggio dei tempi assolutamente perfetto, dove ogni elemento trova un proprio spazio dove esprimersi al meglio e fino in fondo.
La seconda avventura è sul comodino....


Monica Ali, In the Kitchen

Comincia bene e finisce malissimo, questo romanzo pretenzioso, ambientato in una Londra moderna, multietnica, lacerata da contraddizioni sempre più drammatiche, la cui trama si stempera in una serie di rivoli tanto verbosi quanto inutili. Dalla prima metà in poi, mi sono chiesta che fine avesse fatto l'editor, visto che, se mai c'era bisogno di usare le forbici, era proprio in questo caso. Con 200 pagine di meno, sarebbe stata tutt'altra lettura, posto che vi piacciano i de ja vu e i dolori stereotipati di ex giovani capaci solo di piagnucolarsi addosso. Così, invece, resta un'opera noiosa, dispersiva, faticosa, il cui unico pregio è un macroscopico debito ad Anthony Bourdain- da Kitchen Confidential ad Un Osso in Gola- il che dimostra, ancora una volta, che a misurarsi con dei giganti ci si perde sempre e che la presunzione non paga. Quanto meno qui sopra.

Buona serata
Alessandra

Michael Zadoorian- In Viaggio Contromano (The Leisure Seeker)


" Poche storie, Ella e John hanno deciso: partiranno. Chi se ne frega dei divieti e delle ansie dei figli, al diavolo medici, paramedici, rompiscatole che ti ammorbano a suon di esami, prescrizioni, precauzioni. Ella ha più problemi sanitari di un Paese del Terzo mondo, John non ricorda come si chiama sua moglie, ma insieme fanno "una persona intera". Di cose grandiose se ne possono fare anche all'ultimo round. Anche dopo una vita che non ha nulla di straordinario. E allora? Si parte e stop. In barba a ogni cautela, ogni pallosa ragionevolezza, a ottant'anni suonati, Ella e John balzano sul loro camper- un vecchio Leisure Seeker- e attraversano l'America da Est a Ovest. Partendo da Detroit, puntano dritti a Diseyland, lungo la mitica Route 66. Un vero e proprio viaggio contromano a base di cocktail vietati, hippies irriducibili, diapositiva all'alba, malviventi messi in fuga. Un inno alla Strada, un caleidoscopio di personaggi strepitosi e cittadine fantasma, ansie sogni paure: quello che è stato, che si è amato, quel che è qui ora e più non sarà...perchè la vita è profondamente nostra, teneramente, drammaticamente grande, fino all'ultimo chilometro"

Questa è la quarta di copertina più bella che io abbia mai letto
E questo è il libro più tenero e commovente e delicato che io abbia mai letto in questi ultimi anni.
E' un inno all'amore, all'anticonformismo, al coraggio che ha come eroi due sposi ottantenni, decisi a sfidare tutto- la famiglia, la salute le regole del buon vivere civile che li vorrebbero a casa, inchiodati a due letti di ospedale- pur di riprendersi in mano quel poco che resta loro da vivere. Lo fanno percorrendo una strada, la celeberrima Route 66, che in questo caso si spoglia di ogni valenza mitica per diventare la delicata metafora di una vita vissuta insieme, condivisa chilometro per chilometro, passo dopo passo e che Ella e John intendono ripercorre insieme, fino al capolinea. Ed al capolinea arrivano davvero, attraverso una serie di avventure in cui mai erano finiti prima e in cui mai avrebbero pensato di incappare, in un viaggio che permette loro di recuperare la bellezza di un rapporto inquinato dalle ingerenze esterne e che, in tal senso, è contromano. E' Ella che parla, raccontando in presa diretta- e lo fa nei modi e nei toni della compagna di una vita: ora bruschi, ora affettuosi, ora venati di compassione, ora vibranti per le momentanee arrabbiature, ma sempre intrisi di una intimità profonda, spontanea, vissuta, che diventa uno dei tanti fili conduttori di questo romanzo.
Se avete genitori che per anni hanno condiviso impegni, fatiche responsabilità e sacrifici e che ora, con i figli sistemati e le preoccupazioni dietro le spalle, possono e vogliono tornare a vivere l'uno per l'altro, amandosi in un modo nuovo, fatto di indulgenza, tenerezza e malinconia, non date loro In Viaggio Contromano: probabilmente, non reggerebbero le emozioni di questa storia. Ma se invece avete ancora tanto tempo da trascorrere insieme, e volete scommettere sul vostro futuro, lungo una strada che, per quantò potrà essere affollata, è e resterà per sempre la vostra, allora questo è il libro che fa per voi.
Buona serata
Alessandra

Niccolò Ammaniti- Che la Festa Cominci


Ok, faccio outing: fino a pochi giorni fa, non avevo mai letto niente di Ammanniti. Non che la cosa mi abbia lasciato indifferente, tutt'altro: fra i miei amici, non ce n'è uno che si perda l'ultima sua uscita, tutti trovano Io non ho paura un capolavoro assoluto, c'è pure il cultore che cita a memoria "ti prendo e ti porto via" , il tutto con grande disagio da parte mia, visto che vengo giocoforza tagliata fuori dai loro discorsi. Tuttavia, per quanto mi sia ripromessa, ad ogni giro in libreria, di leggere almeno un romanzo di questo autore, non l'ho mai fatto-almeno fino a questa volta, complice un regalo del libraio che, senza tanti giri di parole, ha infilato una copia di "Che la festa cominci" nelle mie borse della spesa.
Mio marito lo ha letto per primo e, da fine critico letterario quale è, lo ha definito una sonora boiata. Il che, di solito, corrisponde ad un giudizio entusiastico da parte mia. Cosa che si è puntualmente verificata, fino alla prima metà. Dopodichè, il diluvio.
Ma andiamo con ordine
Il romanzo è diviso in tre parti, che fungono da introduzione, prologo ed epilogo, secondo la migliore tradizione letteraria. Tanto la trama quanto la narrazione procedono su binari paralleli: da una parte, c'è un gruppo di borgatari frustrati ed inetti, che hanno trovato in un satanismo di periferia lo sfogo alle loro insoddisfazioni; dall'altra, lo scrittore di successo, che succhia le ultime gocce di una popolarità sempre più esangue, legata ad un unico libro fortunato - il best seller- e ad un programma televisivo che ne ha consacrato l'immagine di intellettuale bello, cattivo e di sinistra. A far da scenario a questi personaggi, troviamo due sfondi adeguati, che fanno risaltare in modo impietoso le loro caratteristiche - il desiderio di affrancarsi da una vita grigia ed umiliante con un gesto eroico, per Saverio Moneta, la brama di ritrovare i palcoscenici che gli competono per Francesco Ciba, sfruttando ogni possibile trucco mediatico.
Fin qui, come dicevo, tutto bene, anzi: tutto benissimo. Ammaniti ha una penna felicissima, una notevole padronanza dei tempi e dei dialoghi, uno sguardo acuto e senza pietà, sorretto da uno stile asciutto, capace di far ridere e riflettere nello stesso tempo.
I problemi cominciano invece con la seconda parte, che è il punto di convergenza della narrazione, dove i protagonisti si incontrano e dove dovrebbe svolgersi il momento clou dell'azione, vale a dire l'uccisione della pop star colpevole di aver ripudiato il satanismo per convertirsi ala religione cristiana. Lo scenario è Villa Ada, acquistata dal losco arricchito di turno, che inaugura la sua nuova residenza con una festa che, nelle sue intenzioni, deve essere quanto di più spettacolare si sia mai visto, l'atto finale di un riscatto sociale che sa di vendetta e di tronfia vanità. Qualcosa va storto e l'evento si trasforma in una bolgia infernale - quasi nel senso letterale del termine- dove violenza, splatter, horror e pulp si susseguono incessantemente, fino al collasso della catastrofe finale.
Le intenzioni dell'autore, a questo punto, sono fin troppo smaccate: la sua satira dei vizi della nostra società dovrebbe assumere le forme deliranti del surrealismo, in una sorta di traduzione letteraria dei quadri di Hieronymus Bosch, dalla fantasia allegorica ed inquietante. Ma qui Ammaniti pecca di hybris, rivelandosi del tutto incapace di padroneggiare la materia: il surreale scade nell'irreale e, da qui, nel fine a se stesso, nello sconclusionato e, infine, nella noia.
E' un vero peccato, perchè l'idea di partenza è quasi geniale e i personaggi riscattano la loro immagine stereotipata rappresentando una galleria completa dei molti vizi e delle poche virtù della società odierna. Però manca la zampata finale, nonostante le occasioni per entrare a gamba tesa siano molte ed anche ben congegnate. Il che svilisce anche la sorpresa dell'epilogo, che sfuma in un romanzo abbozzato, irrisolto, irresoluto: insomma, un'occasione mancata
alla prossima
ale