martedì 6 aprile 2010

Marsha Meheran- Pane e Acqua di Rose


Scusate, posso chiedervi una cosa?
Ma i vostri mariti/compagni/fidanzati/ sono tutti dei figaccioni mai visti, tutti dotati di mascella volitiva e di conto in banca stratosferico? E hanno tutti un tempismo spaventoso, per cui vi sorprendono ogni volta, ora con una frase romantica, ora con un gesto volitivo, più spesso con un fine settimana in un castello o su uno yacht lungo un km?
Intendo dire, sono solo io quella che ha sposato uno normale, che è tutto fuorchè un Adone, che si fa un mazzo tanto lavorando più ore dell'orologio e che, se mai si distingue per scelta dei tempi, è solo per dire la cosa sbagliata nel momento peggiore?
No, perchè a leggere Pane e Acqua di Rose- e mille altri libri analoghi prima di questo- sembra proprio che l'unica ad aver fatto una simile scelta sia io, il che, onestamente, mi deprime. Quasi quanto mi ha depresso la lettura di questo libro, che è il seguito di Caffè Babilonia e che mai mi sarei sognata di acquistare se avessi letto prima il suo antecedente. La legge della "seconda puntata" ha colpito ancora e se già il primo era piuttosto deludente, nel complesso, questa seconda puntata è uno strazio: dalle mani palmate della donna del mistero alle tempeste ormonali della sorella minore, dalla coerenza di quella di mezzo, che passa dal velo di una khomeinista convinta a quello di una candidata al noviziato, al risveglio dei sensi della maggiore, passando per il prete che mette su una radio, per le feste di San Patrizio, per i pettegolezzi della parrucchiera e le spiate delle bigotte, sullo sfondo dei profumi che esalano dal ristorante che ha dato inizio a tutto. Si fosse chiamato "Cavoli a merenda", ci avrebbe azzeccato di più
Lasciatelo sullo scaffale.
Alessandra

domenica 28 marzo 2010

Brendan O'Carroll- Agnes Browne Ragazza


Non ti lascerò mai, Connie,
e dovunque tu vai, donna, cammina piano,
perchè porti con te il cuore di quest'uomo


L'unica volta in cui sono stata in Irlanda ero intorno ai vent'anni: erano gli anni di Mrs. Tatcher, dell'edonismo reaganiano, degli scontri sociali, della deregulation, della crisi del comunismo e del trionfo del consumismo, di tutte le grandi trasformazioni che fecero di quell'epoca un'epoca ,ma di cui a me, allora, importava ben poco: a vent'anni, si sa, si ha lo sguardo nel futuro, ed io non facevo eccezione: avevo una tesi da finire, un fidanzato da dimenticare e la ferma determinazione di godermi al massimo quelle tre settimane di vacanza, nel Paese più magico d'Europa.
E così è stato, anzi: nel bagagliaio dei ricordi, è la valigia con lo shamrock quella più piena e più vivida: ci sono gli spruzzi di rosa sul verde delle colline, i messaggi criptati nei ricami dei maglioni, gli studios degli U2, la casa di Oscar Wilde, il soda bread a colazione, l'Irish stew per la cena, il "chi ne ha di più" dei sottobicchieri della Guinness, la foto di rito alla St. Kevin Cross che sennò resto zitella, il vento delle Aran, il silenzio del Connemara, la copia dell'Ulisse su un muretto a secco, i versi di Yeats al terzo Irish Coffee, le messe del mattino, i pub della sera, i capelli rossi e le magliette verdi, i violini e le street band e una carta d'identità sbiadita, con tre segni rossi e una freccia, ad indicare in quell I'm older than 21, il lasciapassare per la sola vita che allora contasse.

L'unica nota fuori posto era il ricordo del rituale dei pomeriggi in Grafton Street quando, all'apertura dei negozi, tranquilli signori di ogni erà si accomodavano di fronte alle varie vetrine, tenendo in mano l'insegna della bottega alle loro spalle. Quando chiesi informazioni, mi venne spiegato che si trattava di un ingegnoso escamotage per salvare capra e cavoli: di qui, i negozianti che non potevano permettersi l'imposta sulle insegne, di là uno stuolo di disoccupati che doveva sbancare il lunario e, in mezzo, la via principale di Dublino disseminata di seggiolini portatili e cartelli in stile sit in che, anzichè alla pace o alla rivoluzione, invitavano a mangiare gli scones da Paddy's e a comprare le gonne da Miss O'Hara.
Confesso che, sul momento, trovai la cosa divertente: ma fu solo qualche tempo dopo, con la laurea nel cassetto e il fidanzato nel dimenticatoio, che al sorriso divertito subentrò un sentimento diverso: di una rabbia sorda per le ingiustizie della storia, di compassione per il cieco accanimento della malasorte e di ammirazione- immensa, assoluta, sconfinata - per il modo con cui gli Irlandesi avevano affrontato le loro disgrazie, unendo al coraggio, all'abnegazione e alla dignità che con cui molti altri popoli hanno reagito agli schiaffi della storia, il tratto tutto peculiare del sereno distacco e della dissacrante ironia.
E fu solo quando lessi Le Ceneri di Angela di Frank Mc Court che ogni tassello tornò al suo posto ed anche quei fieri sandwich men divennero gli ultimi protagonisti di un'epopea struggente ed intensa, all'interno della quale la storia di Agnes Browne occupa, di diritto, un posto d'onore.
Sia chiaro: il paragone con il capolavoro di Mc Court termina qui, non solo perchè lo stile, la materia i personaggi e l'impronta narrativa delle due opere sono del tutto diverse, ma anche e soprattutto perchè i romanzi di Brendon O'Carroll non hanno nulla da invidiare a chicchessia, anzi: la tipicità delle storie e dei personaggi di questa saga è tale da metterle al riparo da qualsiasi confronto, come conviene a tutti i capolavori, grandi o piccoli che siano.

L'infanzia di Agnes Browne è un affondo diretto nell'Irlanda delle lotte politiche e sociali degli inizi del secolo scorso, dalle militanze nella Fratellanza della Repubblica d'Irlanda alla nascita del sindacato e al risveglio della coscienza operaia che, nella famiglia della protagonista si vivono in maniera amplificata: prima di sposarsi, infatti , Agnes Browne era Agnes Reddin, di Constance Parker Wills, erede delle omonime Fonderie e di Bosco Reddin, figlio di un eroe dei Sinn Fein e anima del sindacato della fabbrica del suocero. Il quale, ovviamente, non esiterà un attimo a ripudiare la figlia che, dal canto suo, si voterà per la vita al marito, adattandosi a vivere nel quartiere più popolare di Dublino e a fare i salti mortali per far quadrare il bilancio, ricompensata dei suoi sacrifici dall'amore per un uomo leale, onesto, carismatico e coraggioso, la cui storia è il vero filo conduttore dell'intero romanzo. Attorno ad essa, però, si intrecciano mille altri fili, dal rumore dei vicoli del Jarro al silenzio minaccioso dei picchetti nella notte, dall'irriverenza delle battute di Marion alla sacralità di una promessa antica, dalla fatica reale della vita del mercato alla dimensione surreale, rifugio di un'esistenza troppo e troppo a lungo esposta ai colpi dell'ingiustizia e della malvagità del mondo. In mezzo, affetti ruvidi, modi bruschi, battute volgari, risate crasse, e, ovunque, la lezione di una dignità e di un decoro che travalicano privilegi di rango o di nascita o di classe sociale, a ricordarci, se mai ce ne fosse bisogno, che non è dai diamanti che nascono i fiori
Da leggere, assolutamente.
alla prossima
Alessandra

lunedì 1 marzo 2010

Kathie Hackman- Il Giardino delle Favorite


Il Giardino delle Favorite è un'opera che sta a metà fra il romanzo storico e il romanzo inteso in senso lato, quello che gli Anglosassoni chiamano "novel". Non a caso, la narrazione si svolge su due piani e in due tempi, la prima ai giorni nostri (e questa è la novel), la seconda nell'Istanbul del 1599. Il motore dell'azione è un documento, scoperto da una giovane ricercatrice ad Oxford, che attesta l'esistenza di una donna nel novero dei prigionieri fatti schiavi in quell'epoca e che dà conferma alle sue teorie, in merito all'esistenza di una giovane inglese nell'harem. Da lì in poi è tutto un intrecciarsi di storie parallele, quella della studiosa, da una parte, e quella della schiava, dall'altra, con la Istanbul di ieri e quella di oggi a fare da sfondo e da filo conduttore all'intera vicenda.
Siccome questo libro mi è stato consigliato da Fabio, che è un caro amico, mi verrebbe da fermarmi qui ed augurarvi buona notte. Ma siccome Fabio è stato il primo ad esigere rece sincere (e siccome è pure juventino, e stasera non è serata, ma proprio per niente), faccio 'sto immane sacrificio e prendo bene la mira.
Il primo strale, tanto per stare sul classico, è per i recensori "seri", quelli che si danno appuntamento sulla quarta di copertina per giocare a chi le spara più grosse. Stavolta, si scomodano nientemeno che il N.Y.Times, The Spectator e, buon peso, la Johanne Harris, che sprecano aggettivi ed iperboli per incensare una scrittrice che, fatta salvo un accettabile livello di informazione storica, ha più pecche che pregi.
Il secondo strale è contro un certo tipo di approccio a materie, per così dire, "alte", che si sta sempre più imponendo in questi ultimi tempi. E' la sindrome da Eleganza del riccio e da numeri primi, per capirci, per cui la struttura della cornice diventa paravento- o meglio, specchietto per le allodole- per nascondere pecche narrative macroscopiche, illudendo il lettore di avere in mano dei capolavori, per il semplice fatto che trattano di tematiche "di un certo livello", come direbbe la Dani. E' toccato alla filosofia, poi alla matematica, adesso al fulgore dell'Impero Ottomano che, neanche a dirlo, è la moda del momento- argomenti nobilissimi e interessantissimi, sviliti in molti romanzi al duplice ruolo di traino per le vendite, da una parte, e di velo pietoso su tutto il resto, dall'altro.
Sia chiaro: ho letto di peggio. E anzi, non escludo che questo sia un tipo di lettura che a molti di voi possa far piacere, perchè permette comunque di respirare atmosfere lontane e di recuperare qualche nozione storica senza grande sforzo. Fra leggere Chi, sotto l'ombrellone, o Il Giardino delle Favorite, non avrei nessuna esitazione nella scelta del secondo, e vi dirò di più: ci sono stati dei momenti, nella lettura, in cui l'autrice è riuscita a ricreare quell'atmosfera di fascino e di mistero che da sempre fa dell'Harem un luogo unico al mondo. Il problema è che poi non è stata in grado di gestirli, piombando immancabilmente nella grevità di un lessico povero e obsoleto (quel "si gingilla col tuo amore" che ricorre come leit motif nella storia di Elizabeth avrebbe fatto salire la glicemia pure a mia nonna), di una narrazione incapace di dominare la materia trattata e di una pessima capacità di conduzione delle due storie parallele. Azzardo, senza troppo timore di sbagliare, che se la Hackman avesse osato tornare all'antico e scrivere un romanzo storico nel senso stretto del termine, focalizzandosi solo sulle avventure della giovane schiava, avrebbe sicuramente sfornato un prodotto migliore: invece, in questo modo, abbiamo solo tante bolle di sapone, sullo sfondo plumbeo di una storia piatta, banale e, francamente, un po' noiosa
Si può fare di più
Alessandra

domenica 7 febbraio 2010

Sophie Kinsella- La Ragazza fantasma


Premessa n. 1: quando ero al liceo, ero molto, ma molto, ma molto brava in italiano scritto. E lo sono stata fino a quando ho commesso l'ingenuità di dire al professore che magnificava le mie letture, sostendendo che era grazie a Dostojevski e a Manzoni che sapevo scrivere così bene, che io dovevo tutto a Brunella Gasperini. Ovvio che lui non sapesse neppure chi fosse. E altrettanto ovvio che, da lì in poi, la mia fama di futura scrittrice abbia subito un duro colpo, almeno fino a quando mi sono rassegnata ad adattarmi allo stile asciutto e rigoroso che tanto gli piaceva, sacrificando la gioia di scrivere ad un nove in pagella.
Quando era alle medie, mia figlia era molto, ma molto, ma molto brava in italiano scritto. E ora che è al ginnasio, lo è rimasta: e sapete perché? Perchè, visto il ripetersi della situazione di cui sopra con la sua insegnante della scuola dell'obbligo, le ho tassativamente proibito di rivelare alla nuova professoressa che se sa scrivere così bene, buona parte di merito è di Sophie Kinsella.

Premessa n. 2 (dedicata a Silvia M.): la Kinsella originale ha uno stile assolutamente piatto. Riesce lo stesso a far ridere, ma senza mai andare oltre una desolante e disarmante superficie. Se nelle versioni italiane ha invece una prosa spumeggiante e felice, questo è interamente merito del suo traduttore, che riesce a supportare la perfetta padronanza dei tempi comici della scrittrice con un linguaggio variegato e sempre puntuale, rendendo oltremodo decoroso ciò che invece in inglese non è. Chapeau.

Tutto ciò premesso, "la ragazza fantasma" è un altro prodotto "Kinsella Style," ma con qualcosina di più. Stavolta, a mettere in moto l'azione è la ultracentenaria prozia della protagonista che, nel corso del suo funerale, si manifesta sottoforma di un fantasma di vent'anni- che poi è l'età che l'arzilla vecchietta sentiva di avere, nonostante il passare del tempo. La ragione per cui non riposa in pace è lo smarrimento di una collana a lei cara, che da questo momento in poi diventerà il fulcro di tutta la storia, fino allo scontato finale.
Se avete già letto qualcosa di questa scrittrice, non esiterete a riconoscerne i consueti meccanismi su cui si basa la trama: la protagonista giovane e inguaiata, l'amore fortunoso prima e fortunato poi per il solito principe azzurro dei nostri tempi e l'inghippo più o meno grave da risolvere, che fa da ossatura all'intero plot. Il tutto, come sempre, condito da una serie di avventure sempre al limite dell'assurdo, rese godibilissime dalla perfetta gestione dei tempi narrativi e comici, che resta il pregio maggiore di questa scrittrice, almeno da quando si firma Kinsella.
L'elemento di novità è dato proprio dalla "ragazza fantasma" che, nell'edizione italiana, dà il titolo al libro e che, della traduzione italiana, è l'unica nota stonata: l'originale, Twenties Girl, la ragazza degli Anni '20, rende con maggior precisione ed immediatezza la peculiarità della co-protagonista del libro: il fantasma di Sadie, infatti, si esprime, si comporta e si veste alla moda di quegli anni, che furono poi quelli che l'aveva vista al massimo della vivacità e della gioia di vivere e che sono lo scenario che di continuo cerca di sovrapporsi a quello contemporaneo della pronipote Lara. A mano a mano che la storia procede, si sviluppa anche il rapporto fra le due donne, in uno schema assolutamente prevedibile, come si diceva, ma che per la prima volta oltrepassa la superficialità tipica dei personaggi della Kinsella e si arricchisce di una nota più intima e calda.
Insomma, per farla breve: i capolavori non abitano qui, ma la Kinsella non fa nulla, ma proprio nulla per manipolare il pubblico, anzi: proprio in nome di questa onestà, tratta la sua materia con ironia, leggerezza, disinvoltura e, soprattutto, mantiene le promesse. Nessun arrovellarsi sui perchè della vita, nessuno strazio per i destini del mondo, nessuna polemica, nessuna diatriba, nessun complotto: solo due ore di divertimento e di rilassatezza, per giunta confezionate con stile. Per chi legge- e chi vive- a colori
Alessandra


S. Kinsella, La Ragazza Fantasma, Mondadori, 19,50 euro