mercoledì 29 luglio 2009

L'Ultimo Chef Cinese - Nicole Mones

Vi ricordate l'ultima rece, quando si parlava dei libri "senza pretese" e si diceva che, per molti di loro, il maggior pregio è proprio quello di non voler ingannare il lettore? Ecco, dimenticatevi tutto. O meglio: recuperate tutto quello che è stato detto e metteteci un bel segno meno davanti. Perché "L'ultimo chef cinese", nuova fatica letteraria di Nicole Mones non ha nulla, ma proprio nulla, che lo segnali come libro "onesto", almeno secondo i parametri che piacciono a me.
L'autrice è una ex imprenditrice tessile che ha fatto fortuna nella Cina Maoista degli anni Settanta e che, dopo essersi assicurata quel che si dice una comoda vecchiaia, ha tesaurizzato la sua conoscenza del Paese e si è trasformata in una scrittrice di romanzi che hanno la Cina sullo sfondo. Questo è, più o meno, il sunto di quanto si legge nella terza di copertina e già qui ci sarebbe da muover equalche lieve appunto all'estensore della nota, non foss'altro per chiarire bene che cosa si intenda per "scrittrice" e che cosa significhi "romanzo". Perchè, se con il primo termine, si intende un'artista donna che adopera la penna per stimolare la fantasia del lettore, suscitare riflessioni, evocare emozioni, Nicole Mones soddisfa questi requisiti solo in relazione al sesso- perché pare non ci siano dubbi sul fatto che sia femmina. E se per romanzo si intende una storia basata sull'intreccio della trama, sulla complessità dei personaggi, su scelte stilistiche adeguate alla materia trattata, allora, anche in questo caso, siamo fuori strada. Del tutto. E se proprio vogliamo cavillare sul classico pelo dell'uovo, anche "la Cina" dello sfondo è un riferimento impreciso, visto che della Cina si ha solo una visione stereotipata, immobile, superficiale e laccata: una specie di cartolina, se rendo l'idea, dove l'immagine riprodotta ha subito tante e tali modifiche da renderla del tutto dissimile dalla realtà- e del tutto confondibile con tutte le altre che, al suo pari, sono passate sotto la stessa patina di trucco.
Ad essere cattivi, verrebbe da dire che, più che un romanzo, L'ultimo chef cinese sia un foto romanzo, per giunta senza foto ( e, prima che vi disperiate, tranquilli: sarebbero state fotoshoppate dalla prima all' ultima). Una storia banale, da latte alle ginocchia, di cui si intuisce il finale sin dalla terza pagina, narrata in modo piatto, scolastico, manierato, con dialoghi talmente melensi che le uniche impennate si registrano nella curva glicemica del lettore. Lei è una giornalista gastronomica americana, rimasta precocemente vedova, lui uno chef cinoamericano, tornato in Cina per dare nuovo lustro alla cucina imperiale. In mezzo, un riconoscimento di paternità e una gara fra cuochi, a scandire il ritmo, gli stralci di un antico trattato sull'arte culinaria della Città Proibita e , in fondo, sei pagine di nota dell'autrice sulle laboriose ricerche di cui il libro è frutto. Ed è qui, vedete, che sta la presa in giro. Perché senza questa nota, questo volume avrebbe fatto la fine di molti altri, dal comodino alla rumenta, senza tanto scalpore. E invece, dopo aver letto queste pagine, mi è venuto un nervoso, ma un nervoso, ma un nervoso che il libro finirà lo stesso nella spazzatura, ma non prima di aver subito l'onta di questa rece pubblica. Perché non si può prendere in giro il lettore, millantando una conoscenza approfondita di una tradizione millenaria, per giunta frammentata nei mille rivoli delle tradizioni locali, basandosi solo su una serie di cene di lavoro; non si può prendere in giro chi da anni bussa alle porte di redazioni di riviste, forte di una conoscenza solida e approfondita, dicendo che dopo aver cominciato a scrivere di cucina cinese per Gourmet (Gourmet, capito, non il bollettino parrocchiale) ha avuto l'opportunità di entrare a contatto con il mondo della ristorazione di questo Paese; e infine, non si può sostenere con arroganza di essere riusciti a riprodurre " le citazioni di un falso testo fondamentale di cucina che doveva essere ammirato da tutti" (p. 328) e trovarsi di fronte a pagine che evocano lo stesso misterioso fascino dei testi della scuola alberghiera, dove le citazioni che spiccano sono un "il piacere è tutto mio" fino ad un famigerato "anche no"(p.52). Lascio a voi, infine, il giudizio sui segreti culinari e sullo stile con cui essi ci vengono svelati: " i gamberetti al vino nello stile di Shangai, per esempio: al momento di mangiarli, i gamberi erano ancora vivi, ma così ebbri di vino che rimanevano assolutamente immobili al tocco dei bastoncini" (p. 70).E sorvolo sull'arricchimento delle conoscenze in materia culinaria: oltre lo yin e lo yan, non si va.
Alla fine, l'unica consolazione è il titolo: perché quello, a differenza del libro, lascia una speranza. E cioè che questo chef cinese, per quanto alla fine felicemente accoppiatosi con la giornalista (ops, vi ho rovinato la sorpresa), non prolifichi. O,quanto meno, non abbia figli vogliosi di seguire le orme del padre e del nonno e del bisnonno e così via, quasi fossero dei SuperPippo dagli occhi a mandorla. E che quindi, resti davvero l'ultimo, in tutti i sensi
A domani
Alessandra

venerdì 3 luglio 2009

Nick Hornby- Shakespeare scriveva per soldi

La Dani non me ne voglia, ma se una bella mattina mi svegliassi con a fianco il Genio della Lampada, anzché con il Genio della Critica Sagace et Costruttiva, uno dei tre desideri che esprimerei sarebbe quello di avere Nick Hornby come vicino di casa. Non come fidanzato o marito o mentore, ma proprio come vicino di pianerottolo, quello a cui suoni disperata quando hai bisogno di zucchero, con cui dividi il carico delle borse della spesa e con cui stai a chiacchierare per delle mezz'ore, ciascuno appoggiato sullo stipite della propria porta, perché anche il pianerottolo ha un suo fascino- e se hai la buona sorte di un dirimpettaio simpatico, ancora di più.
E non me ne voglia neppure Nick Hornby se lo svilisco a questo ruolo, dall'alto della sua fama (meritatissima), delle centinaia di migliaia d libri venduti (tutti bellissimi), e delle sceneggiature dei film, delle conferenze, delle recensioni: il fatto è che, al momento, fra tutti gli scrittori in circolazione i cui libri sono transitati da qui, lui è quello che sento più affine, per le cose che dice e per come le dice- e la metafora del vicino di casa è, al momento, quanto di più vicino all'idea di affinità etica e intellettuale e stilistica che ho in questo momento.
Perché, vedete, a noi che siamo stati giovani nei famigerati anni Ottanta, con un'eredità di sogni, speranze e ideali che ci era stata del tutto prosciugata dalle generazioni precedenti, e con un gallo su un piumino e un alberello su una scarpa a farci da modello di vita, non riesce di parlare dei massimi sistemi, proprio per niente. E non perché non li si possieda, sia chiaro: quando ha da distribuire le sue belle mazzate, la vita non sta certo a guardarti la carta d'identità facendoti sconti speciali se sei nato in un'epoca piuttosto che in un'altra. E' solo che a noi, certe cose, non appartengono più e anzi, a dirla tutta un po' ci infastidiscono, e ai toni magniloquenti ed esaltati con cui molti santificano i loro successi, noi preferiamo un divertito distacco, convinti come siamo che qualsiasi cosa ci attenda dietro il prossimo angolo della nostra esistenza, la affronteremo con la misura che ci siamo conquistata, troppo lieve per essere tragica, troppo seria per essere comica, ma che è quella che ci calza a pennello.
Nick Hornby è la traduzione letteraria di quello che ho appena detto: nei suoi libri, infatti, trovate di tutto: dagli aspiranti suicidi alle amanti tradite, dai bambini costretti a crescere troppo in fretta agli adulti che non vogliono crescere mai, dai grandi ideali che si infrangono all'alba ai piccoli traguardi che si ammantano di riscatto e di rivincita. Ma quello che non troverete mai è il tono tragico, enfatico, melenso o scomposto che spesso si accompagna a questi temi, trattati invece con mano leggera, ma sempre sul filo della dignità e del rispetto, propria di chi ha imparato sul campo che ci sono valori che travalicano i tempi e che provare a raccontarli in modo sommesso, garbato ed educato giova più di mille proclami.
tutto questo mi veniva in mente mentre leggevo Shakespeare scriveva per soldi, che è la seconda (e temo ultima) raccolta delle recensioni apparse su una rivista letteraria americana. La prima si intitolava Una vita da lettore e, a mio parere, era molto più bella di questa, che resta, comunque, un ottimo esempio per come si dovrebbe parlare di libri oggi- e cioè, senza rifugiarsi in magniloquismi e artifici da accademia, ma in modo diretto, spiritoso, accattivante. In una parola, simpatico.
Da anni, combatto una crociata personale su questo argomento- e non escludo che la decisione di schiaffare sul blog anche queste "rece" possa essere dipesa dall'esasperazione che mi prende ogni volta che sento parlare di libri dai cosiddetti "organi competenti", dalla scuola alla stampa specializzata, che trasudano di frasi fatte, di periodi ampollosi, di tecnicismi fine a se stessi e di una tale autoreferenzialità che sin dalle prime righe ti accorgi subito che il tizio in questione, anziché del libro, sta parlando di sè.
Hornby, invece, fa l'esatto contrario- ed è qui che sta la sua grandezza: perché lui prende spunto dalla sua vita- che è fatta di figli, di famiglia, di amici, di musica e di calcio- e, a poco a poco, ti porta a parlare del libro che vuol recensire, facendoti vedere come ogni esperienza umana ha voce nelle pagine di un romanzo e come anche le cose che a noi sembrano più banali e quotidiane possono essere, in realtà, un'occasione per riflettere e per guardare al mondo con occhi sempre più "nostri". E - quel che più conta- lo fa in modo ironico, coinvolgente, mai noioso, riuscendo comunque ad infilare perle di saggezza anche nella prosa in apparenza più leggera, confermando, ancora una volta, se mai ce ne fosse bisogno, che una forma senza sostanza non regge e che le fanfare servono solo a riempire il vuoto di chi non ha nulla da dire.
Alla prossima
Alessandra